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"Perciò era necessario ricorrere alle fontanelle per fornirsi almeno dell’acqua potabile. . . . Ma, a poco a poco, questa avvilente necessità era diventata, per bizzarro che possa sembrare, una questione non priva di piacevolezza. La necessità era diventata usanza; si era data una certa impronta stilistica collocandosi tra i fatti di costume; infine aveva acquistato una certa qual solennità diventando cerimonia: Insomma, aveva una sua validità storica, era « Il Riempimiento. ». Lucio e l'acqua - Domenica del Corriere - 1969
Sicilian Antigruppo - L'Antigruppo siciliano
Akros, Siclian-Scottish Issue – edited by Duncan Glen – Vol.9, no.27, Aprile 1975
Trapani Nuova - 6 Maggio 1975
The Sicilian Antigruppo (trad. di Deryck Rhodes) – a cura di S. Barkan e S.A. Scammacca, Cross-cultural Communications, Menick (N.Y.) – 1976




A metà degli anni ’70 l’Antigruppo sbarca nel mondo anglosassone.
Nel 1975 il poeta ed editore scozzese Duncan Glen dedica un intero numero della rivista scozzese Akros alla “questione siciliana-scozzese” ospitando tutti i poeti dell’Antigruppo.
Nel 1976 Stanley H. Barkan e Saverio “Sal” A. Scammacca (fratello di Nat) pubblicano per Cross Cultural Communication una nuova antologia dei poeti siciliani. Questa è molto particolare nella sua veste grafica: carpetta che contiene in fogli separati, di colori diversi per singolo autore, le liriche, foto e i disegni di Babe Barkan. In entrambe le pubblicazioni le poesie sono tradotte in inglese da Nat Scammacca.
Unico “non poeta” Franco Di Marco riceve il compito di presentare nelle cinque pagine iniziali, il movimento Antigruppo, i singoli autori, le peculiarità poetiche e l’impegno sociale.
Il pezzo, il medesimo in entrambe le pubblicazioni, è tradotto in inglese da Deryck Rhodes. La versione originale italiana è stata comunque pubblicata su Trapani Nuova il 6 Maggio 1975
L'Antigruppo siciliano
presentazione per la rivista Akros
La conquista di buona parte della Sicilia da parte di Roma fu impresa militare difficile, ma non eccezionale. Quando però si trattò di completarla, cominciarono per Roma i veri guai. L’estrema punta occidentale dell’isola, la città di Trapani in mano ai Cartaginesi, resistette così a lungo e inflisse tali batoste all’esercito e alla flotta romana, che il Senato a un certo punto decise il disimpegno militare.
Per avere finalmente ragione dell’ostinata resistenza sud-occidentale ci vollero circostanze eccezionali:
a) l’allestimento di un’ennesima flotta, questa volta a spese di una sottoscrizione privata di ricchi patrizi romani;
b) il fatto che il comandante titolare della flotta romana, il Console Lutatius Catulus, rimase a letto ferito e il comando della flotta romana passò al Pretore Publius Valerius Faltus.
Fu la battaglia delle isole Egadi, a poche miglia dal porto di Trapani, nell’anno 241 avanti Cristo. Il piccolo Pretore fu all’altezza della situazione meglio del titolare, i Romani vinsero, e la conquista della Sicilia da parte di Roma fu completata. Era stata una guerra lunga, un vero salasso per le finanze di Roma. Sono passati duemila anni, e Roma non ha ancora dimenticato quanto le costammo allora: con la Sicilia in generale e con Trapani in particolare lesina i quattrini, sicché siamo senza autostrade e addirittura senza strade, senza industrie e con un’agricoltura mal ridotta, con ospedali e scuole vecchie. Abbiamo un’alta percentuale di analfabeti, e le condizioni di lavoro del nostro contadino e del nostro pescatore sono molto dure.
Finanche le emissioni radio-televisive delel antenne di Roma giungono quaggiù deboli, fiacche e disturbate.
Al contrario, il vento di scirocco arriva dall’Africa con l’impeto e il calore che la breve distanza non riesono ad attenuare, spesso fa girare le antenne TV sui tetti, e allora sul piccolo schermo appare gente stranamente vestita che parla arabo. Con la radio è ancora più facile: la musica più forte e distinta arriva da Tunisi, proprio dalle vicinanze dell'antica Cartagine. Questa musica voluttuosa e soporifera culla i Trapanesi da sempre, sicchè costoro da battaglieri sono diventati sonnolenti, quasi non protestano più delle soverchierie del Governo e degli ambienti politici centrali.
Questa condizione geograficamente e storicamente . . . africana abbiamo voluto contrapporre la nostra vocazione, più ancora che italiana, europea: a questo umiliante patire in silenzio un'ingiusta arretratezza rispetto alle altre regioni italiane abbiamo voluto opporre la nostra voce di protesta. Infatti proprio da questa città, dal piccolo giornale di provincia «Trapani Nuova» è nato, è cresciuto e si è sviluppato l'«Antigruppo», movimento letterario d'impegno libertario. Il movimento ha trovato presto l'adesione di uomini di cultura della stessa provincia (specialmente a Mazara con Certa e a Castelvetrano con Diecidue) e di altri centri della Sicilia (Palermo, con Apollono, Cane e Terminelli; Catania con Calì, Bonanno, De Maria; Caltanissetta con Pirrera; Vittoria con Mandarà; Agrigento con A. Cremona). Ben presto la nostra voce ha oltrepassato i confini dell'Isola invadendo l'Italia, con le adesioni di Zavattini, Zagarrio, Addamo, Roversi, Marcella Bettarini, ecc.
Un vero e proprio «manifest dell'Antigruppo» è costituito dai «Ventun punti» enunciati da Nat Scammacca (1). Non è questa evidentemente la sede per analizzare questa specie di «regolamento operativo», tuttavia partendo da esso e più ancora dall'esame delle opere e delle attività svolte dagli operatori del movimento, mi sembra possibile riassumere così gli aspetti più significativi dell' «Antigruppo»:
1) Riaffermazione del valore supremo della libertà.
2) Funzione prevalentemente educativadell'arte e della cultura, specialmente nei riguardi delle masse e perciò, perchè le masse possano fruirne, bando al linguaggio trppo difficile e invece linguaggio accessibile a costo di apparire provinciale.
3) Funzione stimolante dell'arte, allo scopo di svegliare la gente del sud intorpidita non solo dal caldo e dalle nenie africane, ma anche e soprattutto dalla politica oppiacea dei governanti centrali, perchè le masse arretrate del sud operino per il loro riscatto. Perciò anche è necessario dare meggior peso ai contenuti piuttosto che alla forma.
4) Libertà di espressione anche ai meno «bravi», e perciò lotta alla grande industria editoriale che dà spazio solo a chi si lascia da essa condizionare. Da qui l'uso dei ciclostilati, dei recitals di piazza, di editoria underground, di iniziative editoriali cooperative.
Perciò abbiamo pubblicato ciclostilati, abbiamo promosso dibattiti, siamo scesi nelle piazze a tenere i nostri recitals tra gli operai e la gente comune; parecchi poeti dell'«Antigruppo» hanno scritto le loro poesie sui muri delle case dei pescatori delle nostre contrade e delle nostre isolette, abbiamo fondato una cooperativa che ha già pubblicato una nostra grossa antologia (2). Abbiamo pestato i piedi alla grande editoria, alla cultura ufficiale e a tutto l'establishment.
Si sono accorti di noi: abbiamo avuto consensi in molte riviste letterarie nazionale ed estere, siamo molto favorevolmente considerati sull'ultima monografia dell'Enciclopedia Feltrinelli-Fischer.
Evidentemente, pur nella sostanziale comunità di intenti, ognuno ha portato nel suo l'avoro l'impronta della propria formazione culturale e il modo di intendere e d'impugnare la penna.
Così, Nat Scammacca, autentico jolly del gruppo, alterna poesie di delicata liricità a slanci di violenta polemica contro i gruppi di potere, a saggi letterari, a racconti, a note di filosofia della scienza e di fisica atomica. La sua condizione di italo americano da un lato gli procura la fatica di auto-tradurre in italiano i suoi scritti, dall'altro però gli consente di seguire costantemente la produzione letteraria di gruppi affini di lingia inglese. A lui si deve se l'«Antigruppo» ha trovato significativi e preziosi agganci internazionali, da Corso a Bly a Ferlinghetti negli USA, da Monjo in Francia fino agli amici scozzesi di Akros.
E' inoltre il più costante e irriducibile, non passa settimana che non faccia sentire la sua voce e che non appaia un suo scritto da qualche parte. Segue in polemica letteraria la legge chimica dell'azione di massa: spostare la reazione verso il punto voluto con l'impegno quantitativo oltrechè beninteso qualitativo; una vera spina piantata nel cuore dell'establishment.
Ignazio Apolloni, decisamente meno irruente, tempera la naturale rabbia propria dell'uomo siciliano sotto il velo della metafora: il risultato è ora un racconto - parabole sulla alienazione dell'uomo da parte di un lavoro e di un ambiente ormai disumani, ora una poesia dal sorprendente tono scientifico: un tuffo nella bio-cosmologia a svelare tanti perchè e a crearne degli altri altrettanto inquietanti e avvincenti: al di là del mistero svelato c'è sempre un «poi» a pararsi dinanzi; atomi e molecole sciolgono e riannodano continuamente i loro legami, principio e fine risolvono ciclicamente la loro identica essenza.
Sul piano operativo, poi, Apolloni è convinto asserotore e organizzatore di recitals di piazza, di dibattiti e di ogni sorta di diavolerie, come la poesia murale.
Rolando Certa, direttore della rivista «Impegno '70», uomo politico di sinistra, saggista, poeta. Costante nella sua poesia l'impegno per il riscatto della gente siciliana. Certa crede forse più degli altri nella efficacia operativa della poesia; ne derivano un tono e un'aggettivazione più espliciti, concetti meno elaborati e tuttavia una poesia di indubbia sincerità e verità.
Gianni Diecidue tradisce costantemente la sua solita cultura classica. Non mi sembra un difetto: la sintesi artistica è già felicemente avvenuta e il nostro possiede ormai un suo linguaggio poetico. Così, classicamente la descrizione del fiume Belice che scorre lentamente in una valle di miserie ha la solennità tragica dell'antico canto gregoriano. Diecidue è anche - cosa rara di questi tempi - autore di teatro; un teatro, forse sbaglio, che ricorda Cocteau.
Di Carmelo Pirrera colpisce maggiormente la tenerezza dell'immagine, la delicatezza quasi religiosa con cui affronta il tema della fatica. I suoi eroi sono i miseri, la loro pena è sofferta senza bestemmiare. Il poeta ne contempla la sofferenza in maniera apparentemente distaccata - ma ciò è frutto di misura nella costruzione poetica - in realtà con commossa partecipazione.
Al contrario Crescenzio Cane il più esuberante, il più sanguigno, forse il più siciliano di tutti, irrompe sulla pagina con la furia dell'uragano e senza mezzi termini urla la sua rabbia di proletario, esplicitamente lamentandosi di scrivere anzichè agire, perchè «discuetere è come continuare a rubare».
Pietro Terminelli, il polemista per eccellenza, usa un linguaggio assolutamente personalizzato: nell'urto dialettico della polemica diretta allo scardinamneto dell'establishment, egli emblematicamente ammacca, contorce, scompagina i tradizionali costrutti sintattici. Ultimamente è in posizione critica nei confronti dello stesso Antigruppo per certi aspetti operativi.
Antonino Cremona, tutto il contrario di Scammacca: non si trova a suo agio nei clamori della polemica; preferisce non battere continuamente il chiodo, ma dosare l'intervento. E tuttavia il suo contributo è qualitativamente molto valido: mantiene nella creazione artistica un costante impegno civile ed è poeta vero. Lo stesso si può dire di Emanuele Mandarà, poeta tra i più eleganti, dal verso di misurata classicità; egli è anche sensibile traduttore; e lo stesso di Fiore Torrisi poeta già noto, allievo di Quasimodo.
Non è mancato all'«Antigruppo» - come ho già detto - l'appoggio per così dire esterno. Mi riferisco a Mariella Bettarini, unica voce femminile, dal verso e dalle composizioni robuste e di ampio respiro (a sconfessare chi sostiene che le donne in poesia non possono ottenere tanto) e con una tematica del tutto aderente a quella di noi siciliani; e mi riferisco a Giuseppe Zagarrio e Roberto Roversi, l'importanza dei quali è tale che non posso azzardarmi di un discorso estetico in questa sede dove lo spazio è tiranno (e i due meritano critici più bravi di me), ma solo sottolineare l'aiuto che essi hanno prestato alla nostra lotta, Zagarrio interessandosi ampiamente all'antigruppo nel suo saggio «Poesia tra editoria e anti»; Roversi interessandosi e abbracciando subito la causa siciliana; lui che vive e opera in Emilia in un ambiente geograficamente e culturalmente lontano da quello siciliano. E così anche Danilo Dolci, il discusso - amato - odiato poeta scrittore sociologo che ormai tutto il mondo conosce e infine Cesare Zavattini ancora indimenticato soggettista di film entrati nella storia della cinematografia italiana e mondiale: «Ladri di biciclette», «Miracolo a Milano», «Umberto D».
Per Santo Calì il discorso deve necessariamente essere più ampio e analitico. Dirò subito che si tratta di uno dei più importanti poeti siciliani contemporanei.
La partecipazione di Calì all'«Antigruppo» non fu occasionale nè formale - uno di quei «matrimoni d'interesse» tra un movimento letterario e un autore importante che viene agganciato per riceverne lustro - ma un vero e prorpio «matrimonio d'amore». Calì vi trovò il conforto di una matrice ideologica affine alla sua e una palestra operativa nella quale riversare la spinta del suo impegno e delle sue brillanti doti d'organizzatore. L'«Antigruppo» trovò in Calì l'operatore dinamico l'organizzatore infaticabile; soprattutto trovò la pesona adatta a mettere tutti d'accordo. Noi siciliani pecchiamo spesso di individualismo; può anche non essere un difetto se si lavora da soli, può tradursi in «stile». Ma sicuramente non consente operazioni e pubblicazioni in comune. Ebbene Calì riuscì a far coesistere tante «teste siciliane». Egli si sobbarcò poi materialmente alle fatiche della tipografia, pasando notti a comporre, a sistemare «clichès», a correggere, ad impaginare: ciò sicuramente contribuì alla sua improvvisa morte avvenuta nel 1972.
Inoltra nell'«Antigruppo» Calì trovò agevole continuare la sua «Operazione linguistica». Credeva incrollabilmente nella validità della lingua siciliana; aveva già scritto in siciliano centinaia di poesie che pubblicava poi tradotte in italiano, francesce, inglese, a sua volta traduceva in siciliano poesie di altre lingue. Contemporaneamente rivalutava, con meticolosi e appassionati studi, filologico-critici, poeti siciliani del passato.
Santo Calì operò dunque costantemente per diffondere la coscienza della lingua e per una rivalutazione e un rilancio di questa nell'ambito della cultura italiana e addirittura europea (e non è questo anche il vostro problema linguistico, amici di Scozia?).
E questo discorso Calì portò con una produzione poetica di prim'ordine, nella quale la raggiunta maturazione stilistica del linguaggio si adegua perfettamente al contenuto. Che è un mondo brulicante di pastori, di contadini, di pescatori, di straccioni, di prostitute, di servi, in una parola di gente che soffre l'ingiustizia dell sfuttamento. In questo mondo Calì scava talemnte in profondità da glorificarlo, diventando il poeta di un'epopea.
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