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"Perciò era necessario ricorrere alle fontanelle per fornirsi almeno dell’acqua potabile. . . . Ma, a poco a poco, questa avvilente necessità era diventata, per bizzarro che possa sembrare, una questione non priva di piacevolezza. La necessità era diventata usanza; si era data una certa impronta stilistica collocandosi tra i fatti di costume; infine aveva acquistato una certa qual solennità diventando cerimonia: Insomma, aveva una sua validità storica, era « Il Riempimiento. ». Lucio e l'acqua - Domenica del Corriere - 1969

Lucio e l'acqua
racconto vincitore del Premio Abano "il medico scrittore"
pubblicato sulla Domenica del Corriere del 2 Dicembre 1969 - (leggi qui sotto)
Un mare d'oro
il racconto viene segnalato dalla giuria del premio 1970 - (vai alla pagina)
Nel 1969, con la novella Lucio e l’acqua, vince il premio letterario nazionale “il Medico Scrittore” indetto dalla Domenica del Corriere, riservato ai medici italiani regolarmente iscritti all’albo professionale. I racconti non dovevano superare le 5 cartelle dattiloscritte di max 30 righe di max 60 batture.
Per quella seconda edizione del Premio la giuria varìò per numero e composizione dei giurati, tutti personaggi di notevole spessore letterario; i cinque giurati furono:
• Dino Buzzati, Presidente, mitico autore de “il Deserto dei Tartari”;
• Alfredo Barberis, giornalista del Corriere della sera e della Domenica del Corriere, direttore di numerose riviste del gruppo editoriale Rizzoli: Amica, il Corriere dei Piccoli, il Corriere dei Ragazzi:
• Giulio Bedeschi, ufficiale medico, che descrisse la esperienza dell’armata italiana sul fronte russo durante la II Guerra Mondiale nel suo racconto “centomila gavette di ghiccio” vincitore del Premio Bancarella nel 1964;
• Alberico Sala, scrittore, poeta e giornalista che con Dino Buzzati avviò la pagina d’arte del Corriere della Sera, e poi del Giorno;
• Guglielmo Zucconi, storico giornalista, scrittore, politico autore e conduttore telesivo.


“L’autore, Franco Di Marco, è nato a Custonaci, in provincia di Trapani, nel 1932. Specialista in Pediatria, è consigliere dell’Ordine dei Medici della provincia di Trapani. «Lucio e l’acqua», che si inserisce nel filone satirico di certa narrativa meridionale, è tratto da un romanzo inedito che ha per tema il non facile rapporto tra un inquieto siciliano e la sua isola.”
Domenica del Corriere del 2 Dicembre 1969, pag.61
Luna, cielo sereno e stelle luccicanti: quella era davvero la serata da andar per fontanelle. Lucio lo disse ad alta voce dall’androne e i bambini sopra gridarono: «Com’è bello, si va all’acqua!».
Perché bisogna sapere che quando i Trapanesi aprono il rubinetto si danno due possibilità:
a) un cupo sciabordio, simile alla rincorsa pre-catartica di un vecchio fumatore, rimprovera al credulo contribuente di aver fatto male i suoi calcoli perché «non è giornata d’acqua»;
b) un gracile flusso, se sono viceversa il giorno e l’ora giusti, viene giù, non sapresti dir se bianco sporco o grigio sbiadito. Diciamo sporcastro.
Non si può tuttavia dire quale sia l’evenienza più malaugurata, dal momento che il liquido è lontano dalla potabilità almeno quanto l’acido fenico ed è teoricamente utilizzabile per grossolane lavature soltanto dopo decantazione, filtrazione, distillazione e giusta salatura. Oltre che cattiva, la liquidità è scarsa ed ipotesa, sicché occorrono due pompe, l’una autoadescante (tipico esempio di narcisismo cibernetico!) per succhiarla dalle viscere della strada e cacciarla nei cisternoni al pianterreno delle case; l’altra, che si chiama semplicemente Marelli, per portarla ai piani superiori.
La conduttura decorre parallela alla cloaca e, a tratti, vi si immerge. Poiché l’erogazione è discontinua, al cadere della pressione endovasale si crea un formidabile risucchio, sicché il liquor di fogna migra dentro il tubo dell’acqua con tutti i bacilli dissenterici e paradissenterici, le salmonelle, gli enterococchi, l’ammoniaca e l’acido solfidrico. Siffatta miscela costa poi ai contribuenti fior di quattrini, non già per quell’arricchimento bio-aromatico, che è continuo, automatico e gratuito; ma per motivi che, come quelli di numerose altre stranezze, agli abitanti di questa città «monstre»non è dato conoscere.
Perciò era necessario ricorrere alle fontanelle per fornirsi almeno dell’acqua potabile. Naturalmente queste erano in periferia, anzi appartenevano ai comuni limitrofi, date che quelle del capoluogo, ammesso che ve ne fossero e ammesso che buttassero, sarebbero state ovviamente inservibili. Anche Lucio, la sera tardi, terminato il lavoro, doveva recarsi spesso portandosi la famiglia che rimaneva in macchina mentre egli attendeva il turno.
Ma, a poco a poco, questa avvilente necessità era diventata, per bizzarro che possa sembrare, una questione non priva di piacevolezza. La necessità era diventata usanza; si era data una certa impronta stilistica collocandosi tra i fatti di costume; infine aveva acquistato una certa qual solennità diventando cerimonia: Insomma, aveva una sua validità storica, era « Il Riempimiento. ».
Ognuno aveva scelto una data fontanella e vi rimaneva fedele, apparentemente per motivi pratici come la relativa vicinanza al proprio rione, in realtà, anche se forse incosciamente, per motivi di coreografia ambientale; insomma per ragioni sentimentali.
Quella dalla quale attingeva Lucio aveva raggiunto un grado di civiltà notevole. Per prima cosa ciascuno rispettava scrupolosamente il turno, allineando i propri recipienti in coda alla fila, e poi nessuno ne portava più di tre, quattro e tutti di capacità non superiore ai venti litri. In tal modo la cornice offerta dai recipienti in attesa era la più omogenea e, diciamolo pure, la più elegante possibile e l’avvicendamento dei vari mungitori al prezioso capezzolo, così ritmato da risultare armonioso oltre che razionalmente veloce. Si arrivava, infatti, e c’era il tempo di dire buona sera, di accendere la sigaretta e di fumarsela, mentre il bianco corteo avanzava dolcemente verso la liquida meta; poi la cicca – sempre gli stessi centimetri, potevi giurarci – veniva schiacciata per benino sotto la suola per liberare le mani, e giù sotto la doccia il primo vaso, poi il secondo e il terzo e infine la buona sera del congedo.
Un accorto ritocco cronologico aveva anche migliorato quest’ultima. Ci si era accorti, infatti, che il mormorarla mentre si portava verso la macchina l’ultimo bidone pieno, ne storpiava inesorabilmente il timbro, dato l’inevitabile sforzo fisico richiesto ai muscoli dell’arto superiore, che veniva a distogliere la necessaria concentrazione al diaframma e agli organi laringei della fonazione. Pertanto si procedeva ora scindendo le due manovre: dopo che l’ultimo bidone era scomparso nel baule dell’autovettura, richiuso questo, si faceva qualche passetto indietro e con un piccolo inchino era la buona sera limpida, sonora, dignitosa.
Oltre cha da motivi ecologici, la selezione delle persone e il loro costituirsi in gruppi culturalmente omogenei erano assicurati dal rispetto assoluto dell’orario di utenza. La mattina presto operavano motorette di semplici lavoratori, con due recipienti posti dietro in piccole bisacce; le ore rimanenti della giornata vedevano avvicendarsi carretti e furgoncini armati di dozzinali botti; la sera, finalmente, il sito viveva le sue ore di splendore. La scena, buia per l’assoluta mancanza di lampade, data l’universale indifferenza delle autorità competenti, veniva illuminata dai fari delle vetture, con effetti di luci e ombre degni dei migliori spettacoli teatrali.
Dalla cavea Lucio avanzò, motori al minimo e mezze luci, disponendosi a colmare il semicerchio; accese la radio di bordo attenuandone il volume perché il soggiorno dei familiari fosse più comodo, poi scese, circumnavigò l’autovettura doppiandone la poppa, sollevò il coperchio del baule e ne estrasse i vasi. La schiera in attesa sul marciapiede si arricchì di tre nuove, bianche unità.
Dal cordiale saluto si passò ben presto alla conversazione dapprima su argomenti futili: buona macchina la millecinque, capaci bauli questi della Ford, tuttavia dalla linea un po’ – mi conceda – pesante; d’accordo, però poderoso e di assoluta fiducia il motore superquadro e basso il consumo, quattordici-quindici per litro e primo oh di meraviglia, davvero, davvero?
Dalla macchina alla dinamica dell’automobilismo il passo era breve. Si parlò allora dei viaggi, o meglio dei percorsi e naturalmente si arrivò all’Autostrada del Sole. E non era argomento da poco. Perché, evidentemente, quello che per un milanese o un bolognese è un fatto scontato e magari noioso, per uno di qui viceversa può ancora rappresentare una questione di attualità e l’occasione per una brillante conversazione. Un conto è infatti parlare dell’autostrada in mezzo ad un uditorio abituato a percorrerla continuamente, e un conto discutere qui, dove il più competente ha goduto di siffatta congiuntura due o tre volte in vita sua. Perciò la cosa è importante e gli oh che si intrecciano sono destinati si a quella grandiosa opera che onora eccetera, eccetera, ma anche al narratore protagonista; a quest’uomo ammirevole, che potrebbe senz’altro prendere i talloncini, che so, Roma-Milano o Prato-Caslapustarlengo e fregiarsene come per la campagna d’Africa o la guerra quindicidiciotto.
Quella sera era di scena il maresciallo dei carabinieri ed era un piacere ascoltarlo, piantato là in mezzo, nella sua impeccabile divisa, mentre intercalando paterni consigli: attento è quasi pieni, con perentori ordini: forza, metta sotto, sciorinava i suoi Reisebilder, sostenendo a buon diritto che per Perugia era meglio servirsi dell’uscita Chiusi-Chianciano, dirigersi verso il lago Trasimeno, costeggiando il lato sud e immettersi infine nell’Arezzo-Perugia; piuttosto che andare per Città della Pieve, e consigliando l’Autogrill dove aveva mangiato oddio non proprio benissimo ma bene, e pagato quello che era giusto, senza turlupinature. Veramente disse «fregature» e non fu una cosa molto elegante; poi del lago non disse semplicemente lato sud, ma precisò «prima sud e poi est» e questo, diciamolo, fu un pochino irriverente per l’uditorio: via, lo sapevamo tutti che il Trasimeno di sotto è curvilineo e che l’Italia non va su dritta per il nord, ma un po’ coricata verso ovest; (la Sardegna, quella si, va verso nord) e dunque non c’era bisogno di specificare.
Ma, come volle Dio, il buon maresciallo riempì le proprie, fece l’inchinetto e via. Ora la conversazione prendeva rapidamente quota: stagione lirica al Massimo di Palermo, bel cartello quest’anno, Del Monaco ela Tebaldi, poi la narrativa. L’argomento non era difficile, dati i vistosi cartelloni che annunziavano «il giorno della civetta» dal romanzo di Sciascia. Breve parentesi mondana: Clauda Cardinale è trapanese d’origine e qui zii e cugini. Davvero? Paragone conla Lollobrigida,. «dice che Barnard» – «chi quello dei trapianti?» – «si… Barnard le manda i fiori». Sorrisi e pettegolezzi.
Poi il discorso si addentrò nel folclore e nella sociologia. Ma la serata doveva ancora riservare il suo clou: fu quando sul ring salì trionfalmente, cintura d’oro, la filosofia.
… e umile e preziosa e casta. Umbria verde e Sicilia color tabacco bruciato. Sempre l’acqua. Il passo verso Talete era addirittura scontato; ma a nobilitare tutto venne la strabiliante regia di Lucio. Il discorso procedette in difasica ossia, per adoperare un paragone che renda meglio l’idea, le quotazioni dell’acqua seguirono, nella dialettica del ragionamento, una corvo a dorso di cammello. Che per Talete l’acqua fosse il principio di tutte le cose era pacifico a tutti (che facciamo, di nuovo, la faccenda del Trasimeno?). Ma «l’affermazione che tutto sia fatto di acqua va considerata come un’ipotesi scientifica e in nessun modo come un’ipotesi sciocca» e inoltre «la sua (di Talete) scienza e la sua filosofia erano entrambe grossolane, ma erano tali da stimolare il pensiero e l’osservazione».
E questo è Bertrand Russel, signori! (Oh, come per il sottuf. turist., ma più vibrato). Così la regina di tute le cose corse la rampa discendente della curva, trovandosi ora a dividere la gloria con altri aspetti del pensiero del Grande di Mileto, per le acute osservazioni che Russel, per bocca di Lucio, veniva a fare. Ma ecco il colpo di scena e il liquido elemnto inflettersi di nuovo per ascendere la seconda erta verso la vetta e questo per merito e-sclu-si-vo di Lucio. Infatti che cos’era diventata la città, signori, senza l’acqua? Non solo sporca –ça va san dir – ma anche pigra, britta, incivile, avvilente, disordinata, insopportabile. Perché le mancavala Regina.Equale era viceversa il luogo civile solerte, grazioso, stimolante, addirittura piacevole? Questo, perdinci; questa fontana, questo altare della Dea, questa reggia dove l’argentea Sovrana si concedeva tutta all’ammirazione dei sudditi, sinfonia di molecole versate, che solo i grandi musicisti avevano colto. Respighi. Maestoso.
E quando fu l’ora del congedo, l’inchino fu riverente e fu rivolto a Lei che, mentre le stelle brillavano nel cielo e la luna era quasi piena, voluttuosamente andava penetrando l’ennesimo estatico bidone.
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