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"Perciò era necessario ricorrere alle fontanelle per fornirsi almeno dell’acqua potabile. . . . Ma, a poco a poco, questa avvilente necessità era diventata, per bizzarro che possa sembrare, una questione non priva di piacevolezza. La necessità era diventata usanza; si era data una certa impronta stilistica collocandosi tra i fatti di costume; infine aveva acquistato una certa qual solennità diventando cerimonia: Insomma, aveva una sua validità storica, era « Il Riempimiento. ». Lucio e l'acqua - Domenica del Corriere - 1969
Un mare d'oro
Premio Abano “Il Medico Scrittore” – Racconto segnalato dalla Giuria – 1970
ANTI, anno 1, n. 1, 30 Marzo 1971
Trapani Nuova, anno XIII, n. 14, 11 Maggio 1971



L'anno dopo aver vinto il primo premio al concorso "Il medico scrittore", Franco invia al Corriere della Sera nel 1970 una seconda novella "Un mare d'oro", a suo giudizio, altrettanto valida, se non di più. Ma non potendo vincere nuovamente il primo premio, la giuria gli conferisce ugualmente un riconoscimento e lo segnala ai lettori.
Nel 1971 l’Antigruppo diede alle stampe la propria rivista “ANTI”, che ospitava anche la novella premiata ad Abano alcuni mesi prima. Ma la rivista morì prima ancora di nascere per le dimissioni di Nat Scammacca dalla redazione come segnale di protesta per il boicottaggio che Franco Di Marco, medico, “borghese” aveva subito da alcuni compagni dell’Antigruppo. Tale decisione è addirittura anunciata in un inserto inserito all’interno dell’unico numero della rivista: il 2° numero non venne mai pubblicato!
Il solito elicottero fece capolino dalla cima di monte Monaco. Intento nel suo lavoro Stefano non lo degnò d’uno sguardo: le dita della sua mano sinistra continuarono ad infilare la spola; quello che rimaneva della destra, un rotondo moncone trapunto come l’estremità d’un salame, lo spingeva ogni volta tra le maglie lacerate d’una rete di pescatori.
Del resto che guarderebbe a fare? Sa bene che quello viene da Palermo a sorvegliare la costa; sorpasserà Capo San Vito, farà un giro sulla tonnara di Bonagia, e se ne tornerà alla «Capitale» a rapporto dal Signor Comandante. La «Finanza».
E poi con l’elicottero, come dire?, aveva chiuso
Era avvenuto sei mesi prima. Da settimane tirava su vuote le reti; il mare sembrava beffarsi di lui, increspato com’era da una leggera brezza di «grecale», il vento propizio della pesca. Aveva tentato con la «traina» andando su e giù sotto costa per intere giornate: una volta avrebbe riempito la barca di «dentici» e di «ricciole», ora aveva solo sprecato carburante. Nemmeno con mezzi più rudimentali lenza ed amo, per carpire all’avarizia del mare almeno qualche pesciolino di poco conto, di quelli per «frittura», roba da dilettanti della domenica, niente. E la sera, all’osteria, gli toccavano le prediche di Matteo: «Da’ retta, Stefano, così non caverai nulla. Ormai questo mare, nemmeno con le bombe…». Aveva resistito alla tentazione (pensa: una piccola botta, e tutt’intorno un diluvio di pesci da prendere col secchio, con le mani stesse, ombrine, spigole saraghi i migliori e più grossi da vendere duecinque tremila, i bambini e la moglie sazi…).
Aveva resistito ma quella sera – fiele appariva il vino alla luce miserabile della bettola, fiele tutta la maledetta vita – disse basta. Andò a casa deciso, armeggiò un bel po’, costruì una bella bomba, sveglio attese l’alba, si recò al porticciolo, montò in barca, mollò gli ormeggi, navigò verso il largo, fermò l’elica, si guardò attorno e non vide nessuno, accese la miccia, e alzò la destra armata a scagliare lontano tutta la rabbia della su condizione – che l’inse. Ma, con una fiammata e un puzzo orribili, la bomba esplose anzitempo, mentre ancora la brandiva. Dal fumo cavò una mano che non gli apparteneva, tutta sfilacciata come un’ancora che affiori con un ciuffo d’alghe appeso; la guardia di servizio al «pronto soccorso» gli chiedeva com’era accaduto e lui a dire la macina la trebbiatrice, e quello quale macina quale trebbiatrice, e lui non so non mi ricordo mi sento male datemi una sigaretta aiuto dottore fate presto mi dissanguo, non avere paura – lieve carezza sulla fronte – ti cuciamo bene. E invece gliel’avevano amputata tre dita sopra il polso, dopo avergli messo sulla faccia un coso nero di gomma che gl’impediva di respirare, mentre qualcuno, forse lui stesso, contava uno due tre quattro dodici… dodici… dodici, e subito aveva udito il lac… lac… lac, ed era sicuro ora che sopra quel fumo e quel grappolo di sangue c’era stato quello sbattere lac lac lac, l’elicottero sbucato dall’inferno a vedere e annotare tutto.
Dimesso dall’ospedale, aveva invano cercato d’ottener l’indennizzo per l’infortunio; dice «Caro mio, c’è di mezzo l’evento delittuoso… non sarà facile… la tua pratica è…» e il direttore aveva alzato il dito come dire «a Roma». Il brigadiere l’aveva «convocato» per dirgli: «Mi dispiace» – era sincero – «sei padre di figli, ma debbio ritirarti la licenza. Non è colpa mia, sai…» anch’egli alzando il dito, ma per significare l’elicottero.
«Naturalmente è una cosa temporanea», continuava il brigadiere, «non preoccuparti, tutto si metterà a posto, riceverai comunicazione». Poiché Stefano no chiedeva da chi, non ci fu altro minuetto digitale e il graduato l’accompagnò alla porta, ammettendo «Bada, non mettere piede su una barca, sarebbe la galera per te».
Mutilato e appiedato, non gli rimaneva che aiutare altri pescatori a riparar le loro reti. Ne riceveva in cambio un po’ di pesce, molto poco in verità, ché quelli erano solo un po’ meno sfortunati ma non più ricchi di lui: il mare è avaro con tutti. E aspettava da Roma la lettera che non arrivava mai. Intanto teneva la barca ormeggiata, pulita e con il motore in ordine, pronta a salpare.
Ma che fa, oggi, la «Finanza»? Invece di proseguire come ogni giorno, vira a dritta e si dirige verso il mare aperto. Stefano è costretto a guardare incuriosito, ed ecco un altro elicottero, un altro ancora, una intera squadriglia; che significa ciò.
«Sicuramente cose grosse», andava rimuginando Stefano, «un mare d’ elicotteri, tutti quelli che ci sono a Palermo… e forse anche a Napoli e a Roma, chissà, mai visti tanti… contrabbando, contrabbando in grande stile… sigarette, una nave piena, una flotta piena… bisogna andare, Stefano, bisogna andare a vedere».
Il disco sanguigno s’è calato in mare, i lumi brillano, non c’è il tempo di stare a valutare le conseguenze: Stefano esce a remi dal porticciolo, insinuandosi furtivo tra la colonna del faro e le sciabolate di luce che quello manda, «come passando sotto le pale dell’elicottero, ah, ah!». Afferrò la manovella e, con un solo rabbioso giro di quella, senza attendere assoluzioni romane il motore si avviò festosamente.
Finalmente Stefano sembra essersi liberato della cattiva sorte che lo perseguitava, è passato all’attacco e non perde un colpo: perfetto il ritmo del motore, assiduo l’occhio a dirigere verso il punto giusto; puntuali le sue previsioni: ecco infatti galleggiare una cassa che da uno squarcio versa nel mare pacchetti dorati di sigarette; ragionevole la sua congettura: i contrabbandieri braccati hanno mollato in mare il carico, rompendo le casse a colpi d’ascia; legittima la sua riserva: ma non avranno modo di romperle tutte, «hanno sulla testa tutta la finanza del mondo!».
E mentre i grossi se la vedono con gli altri grossi, egli potrà scegliersi indisturbato, gli esemplari migliori, le scatole più grosse e integre. C’è tempo, il mare è calmo (in verità, Stefano, troppo calmo) e la sera è chiara (troppo chiara, troppo chiara).
Nel senso che, quando il mare è liscio come l’olio, e non c’è una nuvola in giro – anzi il cielo è troppo terso, quasi lavato, tirato a lucido coi detersivi, si può dare il caso che arrivi lui. E spesso il barometro è in salita, la radio ha appena annunziato «Bollettino per i naviganti: nessun avviso», e la bella serata ha invogliato tanta gente laggiù al «Bar del Mare» a sorbir granita e acqua di seltz; insomma a tradimento.
Perché esplode, si può dire, da Erice, dalle Madonie, dal ventre stesso dell’Etna questo traditore siciliano sicilianissimo, anche se dicono venga dall’Africa ma non è vero. E’ infatti lì solleva un po’ di sabbia, cosa vuoi che sia, tant’è che gli danno un nome dolce, una specie di Simone.
E poi, anche ammettendo, qui in Sicilia diventa cristiano e prende il nome che gli compete una cosa gutturale da nominare portando avanti il mento arrabbiati, come pronunzierebbero i Russi: SCIROCCO.
Di colpo se ne ode il ringhi, come quando si atterra in «jet» o quando divampa la fiamma in un pozzo di petrolio, e qui è vampa di scirocco vergine di primo balzo; sia detto per i «nordici», ai quali da sud-est arriva sempre fiacco, come un focoso meridionale che approdi assiderato alle nebbie lombarde, svampito e mogio come una bottiglia di «champagne» sturata la notte avanti: assolutamente un’altra cosa.
Uditane la voce, è già troppo tardi per difendersi dal maledetto che, arroventato e furente svellendo tegole e incenerendo vigne, si butta a capofitto sul mare. Ed è come quando il fabbro tuffa il ferro incandescente nella tinozza: l’«Azzurra Distesa» è percorsa da un brivido a quella carezza di fuoco, dapprima qui sotto costa ondulando appena in epidermiche, sfumature cangianti, come il velluto quando una mano lo sfiora; poi, man mano che la distanza della terraferma aumenta, sempre più scompostamente dimenandosi. La mer. Infine lo scirocco le immerge dentro fino all’elsa la spada fiammeggiante con un urlo bestiale, e le onde sollevate sono alte come montagne schiumanti di neve, e questa sera nel bel mezzo della manfrina è capitato Stefano, che sembra non voler accorgersi di nulla, l’occhio lucido di cupidigia alla ricerca dell’oro.
Ne avvistò una intatta, grassa e ricca la botte piena la manna dal cielo, dentro quanti? mille duemila tremila pacchetti di quelli dorati roba fine da vendere almeno trecento lire l’uno una ricchezza, e virò secco di bordo quasi a rompere il timone, per andarci di prua sottovento. Ora il mare gli veniva contro colpo su colpo, la preda era a due passi. Un’onda gigantesca gliela portò in alto, come il roseo tacchino sull’albero della cuccagna quando la banda suona e lui s’arrampica quant’è bravo senza scivolare, ed ecco infatti la tocca già… ora non più, perché il mare la porta maestosamente ancora più su, più su come un calice d’argento che Stefano può solo prendere con la mano sinistra, protendendo in avanti anche il goffo moncherino…
Quando scivolò giù, la schiuma l’accecò soltanto per un momento, poi dolcemente passandogli sulla fronte la bianca chiglia gli schiarì la vista: vide chiaramente le pale lucenti dell’elica venirgli incontro e poté contare i colpi: il primo che gli portava via l’altra mano, il secondo che gli portava via la mascella, e l’ultimo, qui tra capo e collo, che gli vuotava via la vita.
Si svuotò anche il vento, fa sempre così d’improvviso e il mare si abbandonò inerte; poi il venticello del bel tempo, il «grecale», cominciò a soffiare piano e a spingere tutti quei pacchettini verso la costa. Capo San Vito, protendendosi dritto e puntuto come la lingua d’un formichiere, ne sbarrò il passo. Era già mattino, e i pacchetti si schierarono allineati lungo l’arenile, tutti lucenti d’oro, una vera gioia degli occhi. Un bambino si accosciò sul bagnasciuga, lo sguardo rivolto al primo della schiera, e lesse cantilenando a modo suo: «Cau… tion… can… be… dangèro… uss:»: «Papà», domandò, «papà, che significa?».
Dall’alto la punta del sandalo di Papà tocco lievemente il pacchetto, rigirandolo e ancorandolo alla sabbia umida; il piccolo si volse, mani sulle ginocchia, torcendosi sulle anche: attendeva il responso da quelle labbra soleni che ebbero come un fremito. Ma era la carta dorata che vi rifletteva danzanti stille di sole: «ATTENTO», diceva, «PUO’ ESSERE DANOSO ALLA SALUTE».
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