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"Perciò era necessario ricorrere alle fontanelle per fornirsi almeno dell’acqua potabile. . . . Ma, a poco a poco, questa avvilente necessità era diventata, per bizzarro che possa sembrare, una questione non priva di piacevolezza. La necessità era diventata usanza; si era data una certa impronta stilistica collocandosi tra i fatti di costume; infine aveva acquistato una certa qual solennità diventando cerimonia: Insomma, aveva una sua validità storica, era « Il Riempimiento. ». Lucio e l'acqua - Domenica del Corriere - 1969


Dall'esilio una voce - Tony Gucciardi - 1983
Presentazione di Franco Di Marco
Mi era già accaduto, raramente, di osservare opere ancora dattiloscritte, ma questa di oggi, la lettura di un manoscritto « in pen » (e si badi bene: poesie!) è stata per me un'esperienza unica e assolutamente « rivelatrice ».
Perché in tal modo l'Autore mi si è presentato, che dico?, mi si è « consegnato », non solo esposto ed indifeso come tutti i poeti che decidono di pubblicare, ma ancora più nudo; privo finanche dell'unica mimetizzazione possibile: l'asettica aspecificità dei caratteri tipografici, cui di solito si aggiunge, ulteriore travestimento, la personale fantasia del linotypista.
E invece il QUADERNO è qui, sulla mia scrivania, senza scampo: a rivelarmi le sue pagine a diversa inchiostratura, le cancellature, i ripensamenti, il diverso spessore e la diversa profondità del tratto, perfino (pateticamente) la diversa rugosità del piano del foglio (sudore?, lacrime? . . .).
Ma, bando a queste suggestive tentazioni... neo-semiotiche: mi sembra più sensato rimandare ad epoca futura ogni tentativo di approccio organico alla poesia di Gucciardi, quando si potrà lavorare su un materiale di più congruo spessore e da una visuale di adeguata distanza prospettica. Ciò non toglie, tuttavia, di poter fin d'ora cogliere tratti e aspetti e muovere — magari in punta dí ... penna — qualche rilievo.
E direi subito di questa scansione — come definirla?: a « nibbles », a piccoli morsi: inusitata, ormai, e quindi personalissima. Ma questo rigo breve, questo « respiro » a prima vista corto presenta un suo sorprendente risvolto: costretta, com'è naturale, a prolungarsi ben oltre il verso, la frase imbocca il piano inclinato della strofe, tendendo sempre più i lacci metrico-sintattici. Ora, è compito (e bravura) del poeta di gonfiare questa tensione — per istinto o anche per successiva elaborazione — fino a sfiorare, senza oltrepassarlo, il limite di rottura. Mi pare che Gucciardi vi riesca in più d'un'occasione; si veda, ad esempio, « Tu o la luna? »: « Stelle che si / sgretolano / in pianti / di meteore / ancora / assetate / della luna / che se ne / va ». Ancora una sillaba, e sarebbe stata ridondanza.
« E uccelli dal / volo elegante / che migrano / lieti / verso la doppietta / di un cacciatore ». Ironia e, talora, sarcasmo caratterizzano le composizioni « impegnate » ed è il caso di dire: « ancora una volta », perché, ancora a distanza di quindici anni, la costante che Zagarrio individua nell'operatore culturale siciliano, l'ironia, si ritrova in Gucciardi a significarne la « sicilitudine », ma anche, ahimé, a testimoniare drammaticamente che ancora persistono nell'Isola, immutate le condizioni che ne costituiscono la motivazione: « la pesante arretratezza della Sicilia », (cfr. S. Zagarrio: Quasimodo, Firenze 1969). E Gucciardi: « Ho visto di fatica piegarsi / la mia gente ». Più avanti, ne « Il treno »: «Vecchie valige di cartone, di spago / annodate col groppo in gola / di un addio». Un treno molto, molto siciliano, sconsolato dentro e fuori:
«… /immagini di / campi / sterili / per l'abbandono » e che si avvia: «verso la / fine, su un binario / morto ». Più pacato il pessimismo di «Nebbia » e più «esistenziale » quello di « Tristezza »: « va a perdersi su una / lastra di ghiaccio la neve / ... ». Siamo già in tema di amore «qui significativa tra tutte mi sembra « Per un'attesa, ancora tanto amore »: «…/ braccia / fresche / di rugiada / su ginestre a primavera ».
Ancora il tema dell'amore, con i suoi abbandoni: « trovare / dimensioni / soltanto / nel suo / sguardo ». Amore che tutto dà: « ti regalerò luna vita / d'amore / perché / non ho di meglio da chiedere ». Se l'amore vacilla, il poeta no: « ma io camminerò ancora / su strade / che erano nostre »; poi l'amore finisce, ma il poeta ...: « io resterò / fermo fra le mie / mura / bianche / di calce / senza splendori ». E tu, amica-nemica?: « / volando poserai / su fiori / sempre più nuovi / . . . ». Fino alla frecciata più raffinata, schermaglie di gran classe; e qui il tipo di scansione diventa tremendamente funzionale, leggere cen-tel-li-nan-do: «... / io abito /molto / più / su ».
L'impegno e l'amore, dunque, ma anche gli affetti, l'amicizia ..
E il ricordo. Della carezza materna: «della sera per darmi la pace ». Soprattutto del vecchio che è poi il GRAN VECCHIO, come il Gran Lombardo di Vittorini, e il ritmo da concitato diventa solenne: « E nella nebbia / un'ombra curva, antica / ... ».
Ma la vita incalza: il ricordo dell'infanzia lascia il posto alla cruda realtà e « Verranno / ancora giorni uguali e duri, a dirti / che sei / uomo: / ... ». E qui il pessimismo radicale dell'inizio a poco a poco cede. Inverno e alberi spogli, « e l'autostrada che ti sembra in discesa / fino / all'abisso »; ma qualcosa annunzia rondini e azzurrità: il Poeta non conosce scoramento: « Ma io / aspetterò I che torni / primavera ». E finalmente, nell'ultima poesia, una sorta di « summa » autobiografica, con quanto di tetro e di splendido, di languido e di furibondo, di disperato e di euforico, di prudente e di dissennato, ma anche di rovente, di mugugnante, di famelico, di contraddittorio e perché no anche di assurdo e di inutile: in una parola QUANTO DI VIVO ci può essere in un — ficchiamocelo bene in mente: in un GIOVANE, in quest'ultima poesia, finalmente, dicevo, anzi negli ultimi sei versi, il messaggio della speranza: « per costruire / capanne / quando / torneranno / , (PERCHE', POTETE GIURARCI, TORNERANNO) / i tempi / dell'amore ».
Franco Di Marco
dall esilio una voce Tony Gucciardi
Baddaronzuli
Baddaronzuli - Tore Mazzeo - 1993
Prefazione di Franco Di Marco
Dopo l'esperienza narrativa, Tore Mazzeo opera oggi una doppia conversione nella poesia e nel dialetto. Veramente il "dopo" va limitato all'aspetto editoriale, dato che la raccolta include componimenti datati addirittura 1949. (Non si tratta di un artificio letterario, dal momento che luoghi e personaggi appartengono, in alcuni casi, chiaramente al passato: a Trapani, Via Gallo - come si chiamava la Via Libertà prima ancora che Via XXVIII ottobre - e il tram e il vigile urbano sul podio, all'incrocio; nel continente, poi, Vittorio Pozzo, responsabile della Nazionale di calcio...)
E tuttavia, malgrado la loro età, le liriche spesso colpiscono per la loro freschezza e modernità; merito del Poeta, che ha saputo con pochi tratti, frutto di una felicissima sintesi, raffigurare il momento della sofferenza che è sempre senza tempo: ciauri 'i miricini/e laminteli stanchi; (merito anche del dialetto, duraturo anch' esso, vedremo, più della lingua). Ma il dolore non diventa mai disperazione quando si ha dove guardare: l'occhi di li littina/talianu rrussi ncelu e così ogni lettu nfilera/è un nùmaru chi spera.
Più in là il fumo delle ciminiere s'aisa/scantatu scantatu muto come il dolore, mentre in "Tramuntu" i pochi versi e l'uso sapiente di voci pauci-sillabiche creano un'atmosfera di levità, e dal bozzetto nasce una lirica.
Lessicalmente ricchissima, tambureggiante la descrizione del giuoco dell'onda sul bagnasciuga in "Mari": inghi, sdivaca/si torci, scumia/abballa lu tangu/.../s'incava, si svava/si vungia e camina/.../si svùngia; icastica la rappresentazione della "Taverna", dove la rima alternata, la cui ricerca affannosa e tante volte, ahimè, gratuita tanto assilla certi autori di "poesia popolare", appare - qui sì - tremendamente funzionale, collocandosi, direi spontaneamente quasi miracolosamente, ad alternare appunto cose singole e trine, sino alla finale epigrammatica di 'na musca allapata chi camina.
Non potevano mancare, in dialetto, composizioni come "L' appuntatina" e più ancora "Lu càntaru", ma con una speciale menzione per "Puntuneri", di lessico certo un po' salace ma di sicuro effetto comico, che diventa vero sarcasmo in "Panza parata", dove un tizio che a forza d'ammuttuna/di cauci e di spintuna/stu pezzu di gnoranti/.../attrova un pusticeddu ed è gratificato di titoli che non gli appartengono (raggiuneri... dutturi), d'arreri 'a scrivania/raggiuna e dutturia.
"Natali" copre di sottile ironia chi vende la propria devozione per un piatto, questa volta di frittelle, e sintennu lu ciàuru /si scorda di 'u prissèpiu/cu tuttu lu so addàuru; ironia che raggiunge i vertici della perfezione in un piccolo capolavoro, "Tribbunali", in cui le rime baciate addensate in quadruplice fila costruiscono un robusto ordito per una piccola vicenda giudiziaria nella quale ciascun personaggio, compreso il malcapitato imputato, non sembra preoccuparsi più di tanto del proprio ruolo; eppure ci accorgiamo d'essere in presenza di un plausibilissimo giorno in pretura. Ancora una volta magia della poesia!
Un cenno per finire, sulla versione in siciliano di testi di illustri poeti del passato: Baudelaire, Lee Master, Porta e di Tito Marrone e Salvatore Fugaldi, poeti trapanesi scomparsi da poco.
L'operazione, a prima vista arbitraria, può trovare una sua verità se la versione supera il testo, il che avviene per "Il canto dell'odio" di Stecchetti e non a caso: anche per il poeta emiliano si trattò, in fondo, di pure esercitazioni letterarie.
In effetti, in certi passaggi, Mazzeo sa essere molto più efficace (Stecchetti: Quando ti coleran marce le gote/Entro i denti malfermi/E nelle occhiaie tue fetenti e vuote/Brulicheranno i vermi; Mazzeo: Quannu li to masciddi squagghirannu/'ntra li denti sgummati /e li pirtusa di l'occhi tò sarannu/casuzzi avvirmicati. Il folgorante "Epitaffi per on can d'ona sciura marchesa" del Porta trova puntuale riscontro nella versione siciliana.
E qui facciamo punto: troppo sarebbe stato pretendere di eguagliare Baudelaire. Ma, dicevo all'inizio, il merito va anche al dialetto. La lingua si corrompe, il dialetto si adatta. Ormai, nel giudizio della critica, il rapporto dei valori lingua-dialetto si è capovolto in favore di quest'ultimo.
Di fronte alla lingua in pericolo di diventare amorfa, pidocchiosa di cascami video-burocratici (Andrea Zanzotto) il dialetto che è una vera e propria "voce" (P. V. Mengaldo); di fronte alla parole esaurite estenuate della lingua, le parole di legno (Ernesto Calzavara) del dialetto.
Per cui forse questi "Baddaronzuli", attesi da tanto tempo, capitano proprio nel momento più favorevole .
Trapani 14 Marzo 1993
Franco Di Marco
Eco di pensieri - Domenico Li Muli - Maggio 1996
Prefazione di Franco Di Marco
Semplicità e freschezza sono le doti che più immediatamente si percepiscono nelle poesie di Domenico Li Muli. Certo, se l'autore potesse operare con la penna come sa fare, da maestro indiscusso, con pennelli e bulino, ben altre possibilità avrebbe la parola di ritmarsi, di caricarsi di sonorità di riembirsi di echi; ma siamo sicuri che sarebbe un bene? Oppure alchimie tecniche e invenzioni accattivanti finirebbero, piuttosto, col rovinare tutto? Mah...! Per intanto godiamoci queste poesie un po’ naif, che riservano, anche qualche autentica sorpresa. Come "A che serve scrivere parole" e più ancora "Gianni Alonzo", pervasa da una tragica, sottile ironia e come la dirompente, icastica "E' progresso?"
Benvenuti, dunque, questi versi, a sottolineare ancora una volta la vivacità di questo giovane novantenne e a trasmetterci i pensieri del suo animo di artista.
Franco Di Marco
Eco di Pensieri Domenico Li Muli
Poems Puisii, Nat Scammacca nel siciliano di Marco Scalabrino, Corrao, Trapanio, Marzo 1999
Presentazione, di Franco Di Marco
Ci hanno sempre insegnato a diffidare delle traduzioni: traduttore traditore, si è sempre gridato. Errori, anche clamorosi, in questo settore spesso ne scappano, per quanto bene si conosca la lingua del testo originale. Così il manuale del mio computer da «type error» cava un improbabile quanto elementare «tipo di errore», che non spiega niente, invece di tradurlo nel corretto ed esplicativo «errore di battuta o battitura».
Naturalmente una così marchiana ignoranza dell'inglese, con il suo gioco dei genitivi e delle aggettivazioni, è da escludere in chi voglia esercitare l'arte del tradurre in ambito letterario, dove tuttavia non è infrequente l'altro genere di «tradimento», quello di chi, sentendosi poeta, svicola dal testo e, non essendo, ahilui, poeta vero, introduce guasti più che abbellimenti o novità.
C'è subito da chiarire che questo volumetto dal titolo così accuratamente congegnato, quasi da assicurare all'autore — Marco Scalabrino — il diritto alla deroga, tali colpe mi pare non abbia, e in primo luogo per la natura stessa dell'operazione letteraria. La riproposizione in siciliano di poesie non può, infatti, se non in rarissimi casi, adempiere alla funzione primaria, quella di permetterne la comprensibilità a chi non conosce l'inglese, una volta che degli stessi testi esiste, come nel nostro caso, la versione in italiano, talora anche doppia (una, letterale, dello stesso autore Nat Scammacca o della moglie Nina; l'altra dovuta a poeti come Calì, Bonventre, Pirrera, Terminelli e altri). In rarissimi casi, si diceva, e forse sarebbe meglio dire «in un unico caso»: quello dei dialettofoni obbligati (ne esistono ancora?); ammettendo che costoro saprebbero far buon uso del siciliano scritto.
Credo, perciò, che abbia mosso Scalabrino il desiderio che può avere un giovane di rendere omaggio al poeta di lui più avanti negli anni e con una solida fama alle spalle, testimoniandogli solidarietà e ammirazione. E naturalmente rispetto. E ciò spiega perché, contrariamente ai presunti intendimenti del titolo, l'Autore si mantenga fedele al testo inglese, deviando solo quando la traboccante ricchezza lessicale dell'idioma siciliano quasi ve lo costringe.
Si veda, ad esempio, la poesia «La me cuscenza». Qui Terminelli aveva disinvoltamente cavalcato le stagioni, estraendo da una semplice «coming spring» — primavera che viene — un'ardita e, nel contesto, indovinata «estate frizzante» e poi, quasi con un tocco d'ermetismo, da un «so soon to bud» (germogliare al più presto) un «così un fiat i germogli!». Da parte sua, Scalabrino rimane disciplinatamente dentro il testo inglese e tuttavia sa estrarre dal prezioso scrigno figurazioni come gruppa / rascati di lu cannarozzu.
Nella breve «C'è troppu picca tempu», «the pain of the seasons» evolve in una pena che incide molto più profondamente: lu castìu di li staciuni. Dentro l'allucinata «Litturima», «we sit» diventa semu aggiuccati, perché la condizione di miseria, superando ogni limite d'umanità, è diventata bestiale (aggiuccàrisi nelle parlate della Sicilia orientale vale appollaiarsi, il sistemarsi dei volatili, specie le galline, al giuccu = il bastone del pollaio e anche il lezzo che ne deriva; nella Sicilia... cartaginese è l'accovacciarsi dei quadrupedi in genere).
Tra quelle più allegre, «Puisia d'amuri», notando subito quell' «astonished», che in italiano verrebbe fin troppo facile tradurre «attonito» e che Scalabrino volge in, alluccutu, rendendo molto di più l'idea: una sorta di allocchito, di completamente rintronato (ammincialutu, per gli amici di Modica e Ragusa). L'esplicito intento comico dell'originale è, inoltre, potenziato da un prorompente buttana di la miseria che traduce un generico «damn it».
Per «Tramuntu», Enzo Bonventre aveva trovato versi splendidamente musicali: «Le tenebre azzanneranno la loro volontà / sui labbri di questa dormiente collina». Stiamo parlando di un vero maestro, ma Scalabrino non è da meno e, pur nell'assoluta aderenza al testo inglese, tanto da conservare finanche alcune rime baciate, sapientemente accoppia voci siciliane: muscia, modda, tracodda (da tracuddari ovvero cuddari: tramontare. E anzi cuddata è dalle nostre parti il tramonto, piuttosto che tramuntu, che è voce «dotta», imprestito toscano). Scalabrino adopera entrambe le voci a contraltare, laddove Bonventre aveva usato «svanirà» e «crepuscolo». Non sembri troppo minuziosa l'analisi: si vuole qui dire con quest'esempio, ma altri se ne potrebbero citare, che quella di Scalabrino è stata anche opera di amorevole pazienza.
Ne valeva la pena: «Tramuntu», e certamente il lettore saprà trovarne tante altre, può muoversi da sola, avulsa dal testo e brillare di luce propria come un diamante solitario, con tutti i connotati della vera poesia.
Questo, in fondo, si è proposto — e credo fosse suo sacrosanto diritto, oltreché dovere verso la letteratura — oggi Scalabrino, e da che mondo è mondo si propone ogni poeta quando qualcosa ditta dentro e scocca la fatale scintilla: poietès, poeta da poièin, fare. Fare, appunto, poesia.
Franco Di Marco
Trapani, 16 gennaio 1999
Poems Puisii Nat Scammaca Marco Scalabino
Renzo Porcelli Sonnura
Sònnura, di Renzo Porcelli, Coppola editore, Giugno 2000
Che è la vita? , prefazione di Franco Di Marco
Che prima o poi Renzo Porcelli approdasse alla sponda dei sogni senza tuttavia lasciare del tutto quella dei miti era nell’aria; del resto cosa sono i miti se non i sogni della collettività? “Sònnura” conserva la forma di poemetto come i numerosi altri ai quali ci ha abituato questo autentico stacanovista della poesia siciliana. Ma non appaia riduttivo il termine, non è soltanto una questione di quantità: il fervore con cui Porcelli continua a liberare dalla memoria della sua infanzia – come fa Aladino con la lampada e il genio prigioniero – voci altrimenti destinate all’oblio e all’estinzione, è pari allo scrupolo con il quale egli quotidianamente sottopone la sua langue al vaglio del suo acume filologico e agli strumenti del suo laboratorio linguistico. Abbufarari, allallari, allappa nari, appittari, chiariana, famercu, fanuni, iaci, mùfficiu, muffara sono alcuni di questi vocaboli di non frequente uso e di crescente suggestione, sino ad arrivare al fascino di un arnese che i miei coetanei ricordano bene. Da bambini non avevamo play-stations e video-games: ci divertivamo quindi seduti su un asse oscillante come indica il suo nome originario bbalanzìcula, piccola bilancia. All’interno della parola, in un felice momento evolutivo si incastono il fonema ca, creando la parola bbacalanzìcula, ben più sonora ed evocatrice, un’onomatopea: una vera magìa. Porcelli, poi, la seziona in due metà entrambe sdrucciole, la cui simmetricità filma quasi l’infinito va e vieni dell’attrezzo.
Su una nota di basso-continuo prodotta dai cavi tesi delle barche e un sole antropomorfo – Spuntaru ‘a frunti, l’occhi e li capiddi / d’ ‘u suli, di darreri munti Erici – si va a cominciare. (E’ il primo movimento di una sinfonia, oltre trecento endecasillabi in un unico interminabile respiro). Al centro, il palcoscenico o, se volete, l’arena: una catasta di legna per ardervi ‘na stria, una strega. La morte come spettacolo: vi sarà, per dirla con Voltaire, un bell’auto-da-fè. Il cielo è cilestrino all’allarbari, poi tutto via via trascolorerà nel bianco: la schiuma del mare, le ali dei gabbiani, lo stesso nome del personaggio chiave, Jasmina, arabu girsuminu, fino al nitore di un fazzoletto immacolato come l’ostia e ai bagliori del sale cristallino. (Spesso nei resoconti di viaggio è sottolineato questo colore bianco della Città, quella dell’Autore, che accuratamente qui ne registra anche odori, tradizioni marinare, attività, produzioni peculiari (il sale!) e contrassegni toponomastici atti a identificarla e a onorarla).
Da quelle stradine irrompe convergendo sulla scena un’umanità variopinta prima quasi bisbigliante, poi francamente vociante, una vera flotta[1]. I suoni arieggiano strumenti musicali che via via fanno la loro entrata: dopo il contrabbasso dell’ouverture, i flauti, poi squillanti trombe simboleggiate da ragazzi accorrenti che si slogano (‘n cursa si sgargiàvanu). Non manca la nenia lamentosa (flauto a becco?) di un mendicante cieco – strumento solista, poi orchestra e coro: siamo in presenza di un impressionante sinfonismo – e finalmente giunge il corteo della condannata. Scarmigliata e fiera appittava (…) sprazzusa, si ergeva col petto e con la fronte come Farinata a sfidare il boia; era gravida essendosi, tutti ne sono convinti, congiunta col diavolo; e con chi altro: non s’erano visti uomini in quella casa! Ma altri personaggi entrano in scena: il Barone bardato di parrucca a cacci alani, a riccioli inanellati; rancugghiu cioè semicastrato e perciò depravato e ingordo soprattutto di ostriche e arselle con la loro chiara simbologia sessuale; poi Jasmina, la figlia della strega, ancora dodicenne e tuttavia vittima predestinata dell’appetito distorto del barone. Questi continua a ingozzarsi, i bambini agitano i ciàcculi alimentando il rogo[2], e dda pòvira cristiana s’innìu ‘n fumu. (Amara ironia anfibologica: cristianu da noi significa anche un individuo qualsiasi, un tizio). Come un automa Jasmina si trascina a dare l’ultimo saluto alla madre ormai ridotta a un mucchio di pùrviri mirrina d’ossa umani. Il vento, pietoso e rispettoso della morte della zingara, cala: è un vento amico che paternamente asciugherà la lacrima sul ciglio di Jasmina e porterà le ceneri della madre a posarsi sulle ali dei gabbiani. Tutto è immobile; i marinai però diffidano e infatti il fievole lamentoso Grecalinu, che all’inizio mandava un sonu comu un rùngulu, cambierà intensità direzione e nome passando per le raffiche del dispettoso Mazzamareddu[3] allo Sciroccu e al possente Maistrali, il ventu largu dei nostri pescatori, che mescola ceneri e fumo. Nemmeno la bonaccia lascia tranquilli: è sempre in agguato la Ddragunara, la tremenda tromba d’aria. Si notino le iniziali maiuscole: anche i venti hanno un’anima, anzi sono anemos: soffio e anima[4], una sorta di semidei che possono intercedere tra gli uomini e le divinità.
Jasmina si trascina penosamente per la stanza ricordando l’altra terribile notte in cui la morte colse nona Jasmina, che in un ultimo spasimo le rimase abbracciata e fu necessario segare le braccia della morta, che fu calata tutta sminnittiata nella fossa comune senza una bara, e a lei rimase sempre quel freddo attaccato alle ossa. Intanto si fa notte e i colori virano decisamente al nero, come gli indumenti che per il lutto bisognò tingere in un pentolone, come i pensieri stessi della ragazza poi, in una ridda sfrenata, ombre nere e ombre chiare si alternano nel suo animo straziato in una bbàcala-nzìcula senza fine; e sono ombre dure, ormai statue. Non c’era possibilità di scelta, e Jasmina si sdirrupàu sfinuta dintra un sonnu / sunnannusi Stria bedda e curtisi.
Nel secondo movimento l’alternanza di endecasillabi e settenari crea un ondeggiare lento di ali, quelle di Jasmine che nel sogno vola assieme alla madre nell’aria azzurra. Il vento è appena un fiato sul quale lievitano oleandri e case senza peso, le colline sembrano neve, anch’essa amica, una neve che non è fredda. Jasmina viene sanata nel corpo e consolata nell’animo, la madre le cinge il capo con i fiori di datura[5] e lei si sveglia e si scopre bella allo specchio. Poi torna la pena, di nuovo il vento fa sentire un sonu comu un rùngulu / ‘na canzuna attristata. Provvidenziale arriva la notte, Jasmina torna a sognare sua madre, fimmina alitusa, che dà “alito”, “che con la sua presenza rassicura”. La scena è di soavità purissima, assoluta, ineffabile[6]: c’era ‘a chiariana – ‘u suli (..) carizzava l’acquazzina – parlàvanu i culura – natàvanu i palori. Promettono a Jasmina tanta terra quanta ne può contenere una pelle di volpe. Madre e figlia complici ritagliano la pelle ricavandone una striscia “lunga come le pene dell’intera famiglia”; la ragaza diventa padrona di un vastissimo territorio fertile e verde e vi impianta un vero giardino di delizie; si sveglia – o forse sogna di svegliarsi – sotto un bel baldacchino, ripiomba nel sonno e, sogno dentro sogno, ritrova la situazione di prima. Da un belvedere la ragazza contempla, e il Poeta con lei, drepanon, Trapani, la falce perduta da Demetra-Cerere durante l’affannosa ricerca della figlia Core-Persefone rapita da Ade e i tre scoglinati da tre chicchi di grano. Presso quello chiamato del Malucunsigghiu vive un mostro, il Bboi marinu, corpo di bue e mani da cristiano, che scaglia macigni contro le navi che gli si avvicinano e che aspetta il bacio di una giovane per liberarsi dell’incantesimo. Jasmina tenta l’impresa aiutata dalle Anumulari[7], che a turno dettano le loro condizioni, regole che la ragazza non dovrà mai infrangere: il sabato non potrà vedere il marito e dovrà rinchiudere in una cassapanca la bambina che nascerà[8]. Jasmina ha un moto di ribrezzo e di paura, ma in fondo il mostro non è più ripugnante del barone che l’ha violentata e allora chiude gli occhi e li riapre dopo aver baciato il mostro: appare un bel principe su una giumenta alata. Per sei giorni la settimana jasmina vive incantevoli ore d’amore. Un sabato è combattuta dalla curiosità e dall’inquietudine, vorrebbe assumere altro stramonio[9] per incontrare ancora la madre e chiederle consiglio; infine apre uno spiraglio nella camera: il marito non c’è, ma si ode il rumore del mare. Apre la cassapanca: la bimba pallidissima comincia a trasformarsi in mostro; per farla vivere lei le dà da mangiare se stessa. Si chiude il cerchio fatale che ha destinato alle tre donne una sepoltura incompiuta: la nonna senza cassa e sminnittiata, la madre incenerita, lei mangiata dal mostro.
Consummatum est.
Terzo movimento: un rugolo di artigiani invade la scena (ancora un omaggio alle “maestranze” tradizionali della città). Una vera folla di ragazzi-manovali che lisciano tronchi d’albero, poi falegnami, muratori, fabbri, carpentieri, funai lavorano di buona lena ciascuno a fabbricare parte di una macchina. Non comprendono la funzione dei singoli pezzi, né ancora possono intuirne il disegno generale – nemmeno i vecchi, che assistono perplessi alla scena mescolando il fumo della pipa a quello generato dal cantiere. Spiccano due possenti travi, e il capomastro ne incastra a squadra testa e mascidda. Il lavoro procede con una straordinaria alacrità, c’è quasi allegria, viaggiamo certamente sul tempo musicale di presto se non di prestissimo, e finalmente l’ordigno svela i suoi inquietanti connotati: si tratta di ‘na vriogna di garruta[10].
Quannu fineru sappi la citati / chi fora porta c’era a cullittina. In tal modo Louison, Luigina – il nome sia pure vagamente allusivo (femminile e quindi affascinante e perfido, ma anche liberatore come la Madonna che schiaccia il serpente) escogitato dal popolo parigino a sostituire quello casuale e anodino legato al nome dell’inventore – trova il suo perfetto epigono in una gemma linguistica dell’idioma siciliano, più soave di un verso di Cavalcanti e insieme più pungente di un epigramma di Marziale, forse una delle voci più rivoluzionarie: qualcosa che viene a cingere il tuo collo gentile, o mia graziosa regina, un piccolo collare (di genere femminile, naturalmente), dolce come un soffio: cullittina.
Nella taverna vicino al carcere, un poeta ubriaco (l’Autore? Il poeta trapanese Marco Calvino? Il coro… la gente?) punta il suo dito accusatore contro il cielo. Il secolo dei lumi spazzerà via le barbarie dei roghi ma il sole, tramontando dietro le isole Egadi, insanguina ancora il cielo: il bagno di sangue è destinato a continuare. Il vate si accascia vinto dai “fumi” a sognare i suoi miti. Oppure tutta la vicenda è stata un sogno come quello di Sigismondo ne “La vida es sueño” di Calderon dela Barca?: “¿Que es la vida? (..) toda la vida es sueño…”. O che altro? Che importa, decida chiunque; tale forse dev’essere l’ambiguità sostanziale d’ogni opera artistica, che i lettori possano con essa veramente inter-reagire , ricevendo dal e dando al messaggio poetico ciascuno una propria risposta.
Ora è Libeccio, la rosa dei venti è completa. L’affabulazione ha concluso il suo fantastico – in ogni senso – itinerario. Al di là di ogni valutazione estetica – che meriterebbe professionalità e penna ben più attrezzate delle mie, e tuttavia non esitiamo a proclamare in proposito il nostro entusiasmo – non ci pare azzardato affermare che mai fino a oggi l’idioma siciliano era stato così accuratamente scavato, religiosamente studiato, sapientemente utilizzato – in una parola, compreso – e perciò anche meritoriamente valorizzato.
Note:
[1] Qui l’A. gioca con i due termini flotta e frotta, che hanno anche lo stesso etimo (dall’antico francese flotte) e in italiano ovviamente significati diversi (di naviglio ovvero di gente), mente in siciliano sono allotropi. La scelta della prima forma vuol essere un’allusione e un omaggio alla città marinara. Il “cambio di consonante” ci fa tornare in mente il grande poeta siciliano Santo Calì, che amava inserire giochi enigmistici nelle sue composizioni.
[2] Çiaccula ha due significati: fiàccola e bàttola: Quest’ultima è la “tabella di legno (…) che, agitata, serviva un tempo ad annunziare le funzioni nelle chiese nei giorni della settimana santa in cui è proibito l’uso delle campane (Treccani, Vocabolario Italiano). A Trapani lo strumento è tutt’ora molto popolare, perché regola i movimenti della Processione dei “Misteri” del venerdì santo. Da qui l’azione combinata fiàccola (in mano al boia) – bàttole.
[3] Dovremmo qui aprire l’ennesima parentesi per rappresentare il mito di questo folletto maligno che la missione di spaventare la gente con vortici di vento – donde il suo nome – con le tempeste e le trombe marine; ciò vale anche per la Ddragunara, che bisogna “tagliare” brandendo il coltello con la sinistra e biascicando scongiuri. In verità ogni tentativo di commentare Porcelli obbliga a questi frequenti incisi e lascia sempre il dubbio di aver detto solo una parte di quello che c’era da dire.
[4] Allusione all’animismo, dottrina avversata dalla Chiesa fino al rogo di Giordano Bruno, onde la dedica.
[5] Datura stramonium: pianta le cui foglie hanno azione sedativa. E’ evidente che Jasmina fa uso di droga nell’intento di vincere l’insonnia (azione sedativa assicurata specialmente dagli oppiacei) e di poter sognare la madre in un contesto rassicurante (azione allucinogena?).
[6] E’ uno stato assai simile all’atarassìa dei filosofi greci, che si raggiunge anche usando droghe come gli oppiacei.
[7] Altro mito trapanese. L’Animulari sono donne che hanno dato la vita al diavolo; di notte escono dal buco della chiave e si radunano per progettare di far male alle persone ovvero girano nell’oscurità con un arcolaio (anìmulu); sono infatti “donne del vento”. (Può darsi, viceversa, che la presenza dell’arcolaio sia connessa con l’atto di tessere – ed eventualmente recidere – il filo della vita, attività simile a quella delle Parche o delle Moire). Se si riesce a esorcizzarle “tagliandole” (vedi nota n.3), piovono in terra pezzi d’arcolaio.
[8] I due miti di Demetra-Cerere e del Bue Marino si intersecano: entrambi hanno un periodo durante il quale si dovrà rinunziare a qualcuno. Nel primo caso Demetra, dea della terra produttrice, perde la figlia Core-Persefone nel periodo invernale, quando questa se ne rimane sottoterra col marito Ade, signore degli inferi. Nel mito si riflette chiaramente la vicenda della natura: la vita vegetale fiorisce in primavera-estate ed è come morta d’inverno.
[9] (vedi nota n.5)
[10] Non trovando traccia della voce garrita nel Vocabolario Siciliano di Piccitto e seguaci, e meno che mai nei più modesti Mortillaro e Traina, non resta che rifarsi alla “gogna vergognosa” della traduzione a fronte. Tuttavia, anche se appare chiaro che per l’ A. la tortura psicologica è molto più penosa di quella fisica, l’evidente “imprestito” linguistico dallo spagnolo garrote o garrota = “ligadura fuerte (..) en los brazos o muslos (…) empleado (…) como tormento” o anche “instrumento para ejecutar la pena de muerte” non lascia infine alcun dubbio sulla tragica realtà. E infatti: Quannu fineru …
Vito Lumia Muzzuna di pinseri
Muzzuna di pinseri - Vito Lumina, ed. Trapani Nuova, Maggio 2009
4° di copertina di Franco Di Marco
… Tra questi innamorati della Sicilia e cultori appassionati del siciliano c’è Vito Lumia, mazarese trapiantato a Trapani per motivi di lavoro (geometra impiegato della SIP).
Poeta apprezzatissimo e vincitore di numerosi premi di poesia. Trai punti fondamentali della sua “petica”: la sua tragica esperienza umana, la consapeviolezza della triste condizione della Sicilia, la pena per i mali del mondo…
… E, infine, lasciate che io sottolinei ciò che forse non appare a prima vista, e cioè l’estrema cura che Lumia dedica all’ortografia: ciò è frutto di appassionati e meditati studi sulla lingua della nostra isola…
… Vito Lumia, con la sua attenzione e il suo scrupolo per le elisioni e i troncamenti tira acqua al mio mulino, ma soprattutto rende un ineguagliabile servigio alla causa letteraria della patria di Jacopo e di Ciullo.
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