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NINO DE VITA: RITORNO ALLA MADRE
Recensione di Fosse Chiti e Bbiniritteddra
Trapani Nuova, 17 Maggio 1991

Nino De Vita Fosse Chiti.jpg

L'equazione morte = vita, già resa esplicita nella prima delle ottantasei poesie, ci dà subito un'efficace chiave di lettura di questa splendida raccolta: Nino De Vita, Fosse Chiti, ed. Amadeus, maggio 1989.
La morte della materia vivente, vegetale o animale che sia, è vissuta dal Poeta (e si noti come la sequenza delle parole - morte... vivente... vissuta -ci abbia, direi fatalmente, preso la mano anticipando il concetto) senza l'angoscia del distacco irreparabile e invece con la coscienza di una primordiale reversibilità e con la commozione di chi assiste a un miracolo: la dissoluzione di una struttura che si ricompone in un'altra, nel perenne rinnovarsi della natura: (pag. 49)
Cade la foglia .....
— sarà fango,
marciume — .....
Non è morta .....
a primavera
la succhierà una radice.

Morte/vita, dunque, ma anche vegetale/animale, spesso significanti rispettivamente vita e morte o, meno radicalmente, dolcezza/violenza: (22)
Il pino tocca i rami .....
striscia i frutti
le foglie .....
il falco
piomba verso
la terra, con gli artigli .....
e afferra
la serpe .....

E: (15)
La lucertola al laccio
sospesa
e poi tuffata nell' acqua della vasca
— il ventre liscio
gonfio
la bocca spalancata...
La foglia viva ha succo verde dentro .....
l’umido dell'acqua .....

e ancora: (104)
Latra, graffia la terra
.....
il cane
gira intorno
al riccio
.....
occhiacci .....
s'accecano d'odio
.....
le piantine
i pisello: a ciuffetti
cori fiori bianchi .....

In più d'un'occasione, poi, animale si identifica con sgradevole e vegetale con sereno e gradevole: (19)
L'asino con le croste .....
arranca
.....
Un filo e il gelsomino
s'arrampica, fiorisce
.....
di nettare profuma.

Gelsomino, jasmine, dal nome dolce come un sussurro.

E ancora giorno-afa/notte-umidore, esterno/ interno ecc.: una composizione su due procede per antinomie, il cui intimo colloquio è tipograficamente contrassegnato dall'alternarsi del tondo con il corsivo. Nelle composizioni a tutto tondo è molto spesso dimostrabile una sorta di accelerazione che ha come cortocircuitato le due entità contrapposte: (23)
..... ciclo turchino
dietro strisce
di nubi rosa
.....
finisce
dentro il bordo del mare
il sole.
E' tutto buio.

Dove la luce del giorno trapassa nel buio della notte con una fulmineità (corto circuito, si diceva), che è propria del tempo poetico e che ha precedenti letterari illustri e lontani: et iam nox umida code praecipitat (Eneide, 11).

Morte che non lascia, dunque, residui e fall-out; l'onnipresente indistruttibile plastica, quella si, inquina: ed ecco come un libro di poesie può giovare alla causa ecologica più di cento proclami dei Verdi. E specialmente quando l'autore rivela, come qui Nino De Vita, un amore per la natura trepido ed intenso: (52)
E' tenera la polpa dell'oliva: ....
E: (15)
Nelle notti
.....
l'umido dell'acqua
bagna la figlia aperta
— di mattina
il sole la riscalda
la conforta.

Illuminante la (101), splendido catalogo vegetale-animale che De Vita illustra con la sapienza del biologo (spora, ifa, stomi, micelio: più scientifi-camente non si potrebbe dire) e insieme con la musicalità e la delicatezza del poeta: violacciocche, fumarie, cornucopie, malve, sileti, margherite e poi anatre, pettegole, pantane, starne, piovanelli, piro-piro, chiurli, mignattai, pìttime.

* * * * *


E attonita meraviglia: (106)
le margheritine
le margheritine

e ancora (97)
oh, le colombe in volo
le colombe
;
sino alla partecipazione: una mosca è catturata con destrezza da un bambino; il poeta si pone all'interno del pugno chiuso dalla parte dell'insetto, vivendone il rammarico e la pena: (34)
..... dentro pugno, al buio
trapela II giorno
;
e ancora dalla parte del pettirosso che (69)
..... chiuso nella mano
..... 
l'agIta nel petto
.....
il battito
del cuore;

per finire con il terrore impotente della scrofa macellata: (50)
ma come fa la scrofa
a testa in giù
.....
la ferita
sul ventre.

Come fa? Come faccio?, si chiede il poeta stesso tragicamente immedesimato, ed èil grido straziante della donna siciliana in lutto, comu fazzu?
Mosca e pettirosso serrati nel pugno e più ancora la lucertola annegata (annegare, francese noyer, spagnolo anegar, siciliano anniari: in tutte le lingue romanze il verbo rivela la sua origine dal latino necare  quasi che quello per sommersione sia il modo per eccellenza di dare la morte). C'è una sua lucidità, si direbbe perversa se non fosse per definizione innocente, nella crudeltà di certi giuochi di bambini. Il ricordo dell'infanzia è motivo ri-corrente nella poesia di De Vita (vedi anche "Bbiniritteddra", in questa stessa pagina del giornale) e vedi anche la (81):
qui non c'è più nessuno
.....
Il casolare è chiuso .....

E prima c'erano - il poeta lo ricorda con struggente nostalgia -
il fumo del camino, campanelle
le lucciole della sera
nelle mani.


* * * * *


Ma Fosse Chiti è anche un'operazione linguistica ed etnografica. De Vita ha ben compreso la funzione precipua dei dialetti, quello siciliano in particolare, naturali serbatoi della lingua che sempre vi ha attinto e vi attinge per arricchirsene (come non ricordare qui intrallazzo, dal siciliano ntrallazzu, con l'originario significato di viluppo e quindi intrigo, imbroglio, ormai entrato stabilmente nella lingua italiana?). Fu sentenza oramai dai sapienti tutti ricevuta, che ogni particolare dialetto abbia diritto di somministrare voci alla lingua colta e comune. Più degli altri in Italia può tanto pretendersi dal siciliano ..... (dalla prefazione del Dizionario siciliano - italiano del Mortillaro). Come già Santo Cali e Leonardo Sciascia, per citare gli esempi più recenti ed illustri, De Vita inserisce nel testo sicilianismi talvolta espliciti: (18 e 47) aria (per aia), (43) baglio, (19) cannizza - cianciana - giummo, (49) freddoso, (39) grasta, (94) pàmpina, (32) ristoppia, (99) rossigna; tal altra in maniera più velata e sottile lavorando di sintassi, per esempio con una transitivizzazione di verbi parallela a quella siciliana: (31) la capra ..... trema i rami; (94) l'alba ..... trema foglie sospese. Ed è operazione perfettamente legittima (per un discorso sul dialetto, rimando alla nota su "Bbiniritteddra" in questa stessa pagina del giornale).
Ed è anche un lavoro di etnografia, si diceva, anch'esso legittimo e meritorio: prima che questo mondo contadino con i suoi utensili, le sue faticose incombenze, i suoi ritmi compassati, i suoi rituali —  prima che questa cultura scompaia travolta e snaturata dalle macchine e più ancora da una diversa filosofia del vivere, di quelle attrezzature e di quelle liturgie Nino De Vita si fa scrupoloso catalogatore e attento cronista a conservarne durevole memoria nella pagina scritta. Buttano con le pale / il frumento per l'aria (18) : è la seconda fase della trebbiatura manuale, la spagghiata: il vento separa preziosi chicchi di grano dalla pula che si depone graziosamente a semiluna (la marvunata, nella parlata della valle del Màzzaro). E ancora: (41) ...aggiunge caglio al siero / che coagula a rilento. E’ il rito millenario della confezione della ricotta; icastica la descrizione della molitura delle olive: (52)
..... oliva .....
la pietra di granito
ruota liscia, pesante — schizza l'acqua
con l'olio
e s'apre il seme.
Sotto pressa le coffe,
in strati, a gocciolare il sugo.;

e la pigiatura dell'uva: (42)
appiccicoso
il mosto sulle fogliel
.....
che il sifone
versa dentro
le tini
a fermentare.


* * * * *

Ottantasei composizioni senza titolo, ma con una straordinaria unità e coerenza, dipanano la matassa di una narrazione-film-documentario, che non si concede pause. La raccolta è divisa in quattro parti, quante sono le stagioni:
L'estate, non specificamente annunziata, s'indovina. però fin dalla prima poesia: (13) le stoppie / i canali / macchiati di bruciato.
L'autunno, non annunziato e non descritto subito, lo è però nella terza composizione del gruppo (42), che descrive il travaso del mosto, e più ancora nella (45): Rami nudi. una foglia, due. una gialla / più piccola.
L'inverno sì presenta esplicitamente con la prima composizione (63): E' tornato l'inverno.
La primavera si connota già dalla prima poesia (87) sfinito inverno / ..... / stagione prima di silenzi lunghi, per la successione temporale, in una forse inattesa atmosfera di silenzi e più ancora di mistero (91) ..... Altra stagione / di piccoli misteri, d'impossibili / segreti da svelare.
4 parti, dunque, per 4 stagioni; 21 le poesie per ciascuna stagione (21, come il giorno dell'equinozio); l'estate ne conta 23, come il giorno del solstizio. Già ho detto delle composizioni in forma dialogata tondo/corsivo. Sono 46, praticamente il 50%. Da un po' sto usando le quantità in cifre, anziché in lettere come le buone usanze letterarie vorrebbero; Io faccio a ragion veduta per sottolineare un aspetto suggestivo dell'opera. Esiste una aritmeticità non so fino a che punto involontaria e casuale e quanto invece cercata dall'autore, quasi l'omaggio di un appassionato della natura alla sua armonia. Una sorta di neo-pitagorismo.


* * * * *

Particolarmente intensa mi sembra la (55), dove il canto di un uccello (misterioso, non nominato, ma s'indovina dolcissimo) apre la scena e un'altra bocca spalancata, quella del pesce in agonia sulla barca che torna, chiude la composizione:
Chiama da un ramo
o canta
o piange per le nubi
che lontane s'affacciano
— il pallore
del sole —
e insiste forte
immobile: la coda
bassa e la testa dritta
la gola aperta
al cielo.

E ancora la (94), dove l'alba muove uccelli, gole, trema foglie sospese nel tenero risveglio di un mondo incantato e quasi irreale se l'autore non l'ancorasse a un preciso scenario, Erice e le isole Egadi. Ed è, questo del riferimento topografico, artificio al quale De Vita ricorre o forse si abbandona: (79) Marsala, (101) lo Stagnone... Mozia; e verrebbe di chiedersi perché, dopo che una sicura ispirazione e una grande sapienza compositiva hanno proiettato la composizione nell'universale, il poeta la obblighi a un percorso a ritroso che porta, cosa sembra almeno di primo acchito, verso la provincializzazione. Ma infinite sono, si sa, le vie della Poesia, tante quante le motivazioni che se ne possono cogliere: fascino universale di certi luoghi mitici - Etire, le isole Egadi - magia nella magia, scenario delle peregrinazioni di Ulisse? o più semplicemente amore per la madre terra, la propria madre Sicilia della quale celebrare le care fattezze? La spiegazione, se c'è, sta forse nell'altra opera, Bbiniritteddra, alla quale ancora rinvio il lettore.
Intanto (73)
..... uovo — nella mano —
la vita in controluce

fino alla gloria della nascita dal guscio squarciato: ora il pulcino è solo un batuffolo di piume che, stupendo finale, ripara lo spavento / sotto l'ala. E ancora (54)
Corteccia di Carrubo
.....
forata
....si distacca
e muore.
Insetti vi nascondono
e uova .....
: di nuovo morte/vita. Poi (39):
Bianca la cavolaia
ha seminato uova appiccicate
ai nervi delle foglie:

Bruco - larva - crisalide - farfalla; animale/vegetale, morte/vita. Filogenesi e ontogenesi s'incontrano, il cerchio si completa: con l'ultimo verso dell'ultima composizione l'equazione iniziale trova la sua soluzione saldandosi nel segno della speranza:

dentro il nido
calde
tre uova

covano la vita.


BBINIRITTEDDRA

A Pasqua ho ricevuto, tra gli altri, uno di quei plichi che solitamente contengono dieci cartoline e un modulo di conto corrente postale a favore di una data associazione che si occupa di certi diseredati o di certi altri ammalati. Oppure contengono una variopinta serie di foglietti; basta abbonarsi a una rivista, e saremo inondati di doni: medagliette. anellini, svegliette, stiracalzoni e fon; e poi l'estrazione finale di motoscafi, pellicce e villettealmare. Sono iniziative, specie la prima, lodevoli; ma sono talmente tante, queste associazioni o case editrici o altro che sia, che i plichi sono ormai valanga inarrestabile e rischiano di venire cestinati prima ancora d'essere aperti. Per fortuna ciò non è accaduto alla busta pasquale, e ne è uscita Bbiniritteddra, un volumetto molto bello e ben curato che l'autore, Nino De Vita, per festeggiare la nascita del figlio Alessandro, ha fatto tirare in centoventi copie per altrettanti fortunati prescelti come me. È un racconto in versi siciliani. Bbiniritteddra, quindicenne, nasconde disperatamente la sua gravidanza fino alle estreme conseguenze. A triricijanni 'u cori s'innamùra. I pinséra / p'i  strinciùti e i vasàti ..... mi stravijàvanu. L'imperfetto ci dice subito che siamo sull'onda del ricordo. Il ragazzo corre felice per la campagna in mezzo a ...agghia 'n fila, fasèddra, cucuzzèddri e un peri ri ficu: ziparèddru nne stagghiattura e più avanti arìanu, cicòria / rarici e piddrusìnu, l'àccia spicàta,  marvi / e troffi ri spinèddra. Tornano gli spettacolari caroselli già ammirati in Fosse Chiti, frutto di un amore per la natura che definimmo trepido ed intenso e qui appare addirittura prorompente. Il ragazzo corre, dunque, per la campagna, si arresta incuriosito e allarmato ..... 'A ntisi / 'a ntisi si, 'a ntisi / cm'un lamentu a vuci. / E arrè, arrè nell'aria / ri fimmina .... (l'iterazione è quella di un'angoscia presagita). Era addrèva, jittàta / ncapu u furmèneu: 'í manu / nto stòmmacu, a bballùni / 'a vesta ncap'i cosci / e sbattulijàva -di strarpante tragicita questo verbo, he può solo pallidamente rendersi con "batteva" o "dibatteva" / ..... e sbattulijàva / a testa / ..... / ... 'Un figghiu" mi rissi Imt rissi, muzzicànnusi / un labbru "Aspèttu un figghiu."
E, attenzione ora: ..... tinnirìnu, mi vinn'a cunfusiòni. / 'I circavu firrijànnu / l'occhi, 'i paroli: o 'n peri / russu ri papparìna, /  'i spichi ri furmentu / 'n funnu, fin'a ll'alivi / e ncap'i manu / r'iddra, nna ll'occhi chiusi / e aperti .....
Chi ha detto che il dialetto "soddisfa solo alcuni aspetti (per es. il popolare e l'usuale) e non altri (per es. il letterario e il tecnico) delle nostre esigenze espressive"? (Devoto e Oli, Vocabolario illustrato della lingua italiana, alla voce dialetto): un tumulto di sentimenti si scatena nella mente e nel cuore del ragazzo (tinnirinu, bellissimo vocabolo che al femminile indica "donna svenevole"; al ma-schile viene voglia di tradurlo tenerello e non nel senso leopardiano a denotare fragilità fisica, ma a significare "povero ragazzo alle prese con un dramma più grande di lui"); quel tumulto è poeticamente reso in maniera mirabile: siamo in presenza di vera, alta poesia. Non solo, ma sentiamo di spingerci fino a tentare una spiegazione all'errore di valutazione del pur grande vocabolario: raramente prima d'ora la poesia dialettale era arrivata a tali altezze - e nel raro vanno compresi, s'intende, Santo Calì e Alessio Di Giovanni e pochissimi altri che Devoto certamente non conosceva, mentre sicuramente conosceva Giovanni Meli: si vede che, con tutto il rispetto, questi non è tra coloro. Il nostro piccolo eroe continuerà nella sua corsa, ormai angosciosa, per la campagna in cerca di un qualche aiuto, ma che non siano parenti, che non siano amici, che non sia il medico, che non sia in sostanza nessuno, perché Bbiniritteddra vuole ancora disperatamente nascondersi al mondo. E ci riuscirà, tragicamente, Bbiniritteddra: 'A vitti. Era svuncijàta, / tisa Bbinirítteddra: / liscia nne cijainchi e ncapu / 'a panza:  un vistitèddru / curtu fin' ae  rinòc-chia / e una curuna / 'n manu.

* * * * *


Che De Vita sarebbe prima o poi approdato al dialetto l'avevo 'oscuramente avvertito leggendo Fosse Chiti. E ora tutto mi appare chiaro, e specie quei riferimenti topografici che in Fosse Chiti sembravano, a prima vista, controproducenti. Questa immersione nel dialetto "a superare l'Ingorgo spaventoso della lingua" (Chiesa e Tesiti, Le parole di legno - Poesia in dialetto del '900 italiano, Mondadori 1984) è prima di tutto un rifugiarsi nel grembo della madre terra siciliana, tributo d'amore e insieme desiderio di conforto. Che sia opera artisticamente valida ci pare già d'avere energica-mente detto; ci rimane da sottolinearne i meriti filologici. Intanto il racconto, in sè perfettamente concluso, pare tuttavia destinato a far parte di un corpus di dimensioni maggiori, di un più vasto affresco poetico, che attendiamo con appassionato interesse. E poi questo dialetto, o sottodialetto che sia, della contrada marsalese di Cutusio, è recuperato da De Vita in tutta la sua spettacolare ricchezza e la sua sanguigna corposità già nell'esiguo numero di pagine del poemetto: centinaia di voci e alcune inedite (mmiòlu, già asse della ruota e qui a "razionalità", quasi centro della ragione sfasciddrata icasticamente molto più che sfasciata, sgangherata — l'onomatopeico micimaci); figurazioni bellissime: cunchijàtu racchiuso come in un incavo, il feto il carro che passa trantuliùsu, ed è quel solenne ondeggiare del veicolo sulle strade di allora (chi come me ne ha memoria diretta, ora vividamente lo rivede e lo rivive!). E la serie pittoresca dei soprannomi: Agghiu, Scagghijàzzi, Scannapècuri, Ticchiticchi, Bacijàcca, Siccia, Tuzza Faccirama (o Faccirràma ?); nciùrii, nomignoli con i quali si identificano intere famiglie senza tema di confondere i frequenti omonimi. C'è poi un'attenzione linguistica che non può essere ignorata: l'accento tonico accuratamente segnato in ogni caso, la "b" iniziale sempre doppia, a cominciare dal titolo; la frequente doppia "erre" iniziale come in rrunzi, l'accento circonflesso ad indicare contrazione vocalica eccetera sono con-quiste ormai codificate della dialettologia scientifica. Qualche rara esitazione potrebbe, a mio avviso, trovare rimedio adottando integralmente le regole ortografiche proposte da Giorgio Piccitto, Elementi di ortografia siciliana, Catania 1947; (volumetto ormai purtroppo introvabile) ed utilizzate pressocché interamente nel monumentale e importantissimo Vocabolario siciliano del Centro Studi Filologici e Linguistici Siciliani, giunto con il recente III volume alla lettera Q.

* * * * *
Uno sguardo, un monito tacito e solenne, e il ragazzo corse via come il vento con il suo groppo in gola, il suo segreto più grande di lui e, subito, an-cora una magnifica sfilata di
..... Alivi e minnulìti,
tùrtuli, cuccuvìi.
E na vaddrata
calìbbisi, rranàti,
jardina e mura 'n petra,
i pirrittùna 'n terra
arripuddrùti.....

Salutiamo, dunque, un vero poeta.

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