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Noterelle di "uno" dell'antigruppo
da Lampedusa a Palermo ... '63

Antigruppo: una possibile poetica per un – Celebes editore, Ottobre 1970
Trapani Nuova, 7 Aprile 1970
Antigruppo 73

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Anticipiamo la breve nota che chiude il pezzo apparso su Trapani Nuova

Nota: Caro Nat, in qual impiccio mi hai cacciato? Anche Manacorda lo dice: “… la facile ironia su chi pretende che la letteratura serva all’uomo o abbia una funzione conoscitiva.” (opera citata). E sai bene come la penso in fatto di innovazioni e come assieme abbiamo Pizzuto e il miglior Perriera. Non c’è contraddizione in me perché, e ancora una volta mi viene in aiuto Manacorda, “mi piacciono nella misura in cui effettivamente a caricarsi di un senso ironico e mordente; li respingo e li aborro non appena – ed è il caso più frequente – abbiano il sapore del bluff, de vengo anch’io”.
Naturalmente non mancheranno i “ma che vuole questo! ma chi è questo! ma che vuole capire poverino!” Parole che si potranno manifestare col silenzio anche, ma – come dicono a Napoli – che importa? Almeno ti sei tolto lo “sfizio”.

Rilievo primo (seccante): ‘urca quanto gattopardo si è venduto e si continua a vendere, diciamo un milione di copie solo in Itali.

Domanda inquietante: E’ stato un bene, un male o la stessa cosa (che cioè si venda tanto gattopardo)?

Risposta: Distinguo
1) Un bene: a) per l’Editore, il buon Feltrinelli; b) per la vedova Principessa.
2) La stessa cosa: per milioni di lettori. Le nostalgie del Principone lasciano le cose come stavano. I fascistiliberalmonarchici con un sospiro: «Ah, vuoi mettere i bei tempi?», rimangono più che mai fascioliberaleccetera. Gli altri – indignati – : «Puah, rigurgito del feudalesimo, abbasso i padrone», sono rimasti più altri che mai. E non un voto di più per Malagodi, né una lira di consolazione per il contadino che zappa. Insomma CON IL QUALE E SENZA IL QUALE SI RIMANE TALE E QUALE. (Si badi bene: nel senso voluto da Vittorini e che condividiamo in pieno: «…cultura che non si limiti a consolare dalle sofferenze, ma a combatterle ed eliminarle». Obiettivo di eliminazione della sofferenza che dal «Gattopardo» è stato raggiunto solo per le persone di cui al punto 1; il che ci sembra un po’ poco).
3) Un male (incalcolabile): per gli scrittori seri; per chi, come lo stesso Vittorini, aveva già portato avanti il discorso lungo la terribile salita, e si vede improvvisamente scivolare giù ad opera della brusca sterzata degli editori, sollecitati dall’improvviso gusto dei consumatori per strane leccornie ottocentesche. Il padre che scopre il ragazzo con l’occhio torvo davanti a Playmen ed ABC: «Macchè abitino bianco per il Catechismo, moglie; cicigli piuttosto calzoni lunghi e compragli un rasoio». Naturalmente qui non furono le Edizioni delle Suore Paoline a rimetterci, ma lo stesso Vittorini, i Leonardo Sciascia, i Vincenzo Consolo, i Nat Scammaca, quelli insomma che Zagarrio raggruppa tra il decimo e il dodicesimo rigo di pagina 13 nel suo saggio su Quasimodo.
Un siciliano, Elio Vittorini, aveva aperto agli scrittori meridionali le grandi porte dell'editoria; un altro siciliano, Tomasi di Lampedusa, le chiudeva loro. Così è spesso delle cose siciliane.

Seconda domanda a questo punto ovvia: perché si è venduto e si vende tanto gattopardo? Qui evidentemente il numero delle risposte verosimili può essere – ed è stato di fatto – praticamente illimitato. con le parole difficili il problema della risposta non è stato risolto, vediamo se possiamo arrivarci con quelle facili. Procediamo con la logica. Esempio di problema di logica: Dicendo «io dico sempre bugie», sto dicendo la verità o una bugia? Qui conoscere Marcuse non serve, fate la prova. A me la risposta giusta l’ha data il barbiere. Torniamo al nostro problema lampedusiano. Le ragioni del successo è verosimile siano più d’una e spesso tra di loro indipendenti, diciamo almeno due. Vediamo un po’: «A» e «B».
Fattore A: perchè il libro piace in sé.
Fattore B: perché anche se il libro non è gran che, E' SEMPRE MEGLIO DELL?ALTRA MERCE PROPOSTA COME ALTERNATIVA.
Noi non possiamo agire sul fattore A. «A» è il Gattopardo, è quello che è, non possiamo imbruttirlo. Possiamo parlarne male, ma questo succede da dieci anni senza approdare a nulla; anzi pare che più se ne parla male e più quello si vende bene.
Però possiamo agire sul fattore B, abbellire l’alternativa, portando i due fattori al pareggio in modo che il dannato A se la sbrighi da solo. L’ideale sarebbe di migliorare B di quel tanto che possa superare di una spanna il rivale, dallo «zero-a-uno» passare al «due-a-uno», e la situazione verrebbe capovolta. Ecco B venduto e letto ANCHE PER LA INSIPIENZA DI «A».


L’ALTERNATIVA AL GATTOPARDISMO - L’AVANGUARDIA PALERMITANA
 
«Flettei le gambe, corressi il nodo della cravatta e abbambinando sui calcagni, l’abbordai:
– Sigaretta?
– Ma certo, – rispose.
E mi offrì due centimetri di Alfa. Quel giorno stesso mi confidò che stavo per diventare Padre.
Partorì un rospo, lo chiamammo Pietro; rospo uno scorpione; lo scorpione un frisone che purgato con elleboro di Anticira e andato tosto di corpo, generò Feisal». (Aurelio Pes, Presenza Sud, 1)


Confesso l’irrefrenabile risata che mi colse a leggere quanto sopra. Ciò mi consolò senz’altro, mi rese allegro, ma in quanto a combattere e risolvere miserie e sofferenze, ahimè, povero Vittorini… Nemmeno a leggere quello che vien poi, scritto in corsivo:
«…riverberi maculati di giallo. L’Alkilato, a strisce iridescenti, siede rigido… Ed ecco, mormora, che essendo dotato di acque perenni, DIN è simbolo della sostanza intellettuale, congiunta alla materia: DIN, Seminatore dell’Esistenza, del Potere, della Conoscenza, dell’Amore…».

Qualcosa di grande e misterioso sta certo accadendo – nota le maiuscole, laddove Testa, come si vedrà più in là, non mette le maiuscole nemmeno dopo il punto fermo, simbolo ovvio di dissacrazione. Siamo attoniti in attesa (e l’impareggiabile regìa ci sospende con i tre puntini all’inizio e alla fine, sì sono puntini riportati quali e tali dal testo). Che ci voglia simboleggiare la nascita di…? Il frisone di sopra… chi è il frisone? Forse Frisia + Giasone. E se fosse il Messia? Continuo a leggere il seguito:
«edificato, chiamai Claudine. Per la prima volta da quando la conoscevo, la soppesai con interesse professionale: era Procace».

Si prova delusione – procace, anzi Procace per quanto possa essere la C. – una sorprendente delusione. La sorpresa. La ricerca della sorpresa. Come in una barzelletta, IL FINALE A SORPRESA. La chiusura-botta epigrammatica come in Marziale (anno 40 avanti Cristo e per giunta spagnolo!). Ci sorregge qui l'opinione di Cesare Milasnesde in "Il Caffè", 1968,4:
«la presenza di una regola (pur nella dichiarata anarchia): si avverte che la narrazione è  predisposta alla ricerca della sorpresa. In effetti la contestazione del testo (lo scopo letterario fondamentale) viene ottenuta più con la comparsa (od aggiunta) dell'imprevedibile che dell'antitesi diretta: lo scatto di vitalità come effetto dell'applicazione del principio della sorpresa».

Dunque CONSOLAZIONE (almeno per me in questa occasione) e SORPRESA.  Risalendo poi ai diciamo così capiscuola, possiamo apprendere che:
«... allora smisi di rispondere e successivamente anche di capire, il che produsse una certa confusione e diverse classi d'intervento contro la mia persona. sottoposto a una comune forma di tautologia progressiva; obbligato a subire il boicottaggio della ricorrenza violenta degli strumenti e delle presenze: gente e oggetti, gentoggetto neutro, contro di me, contro me tutto, e col buio vicinissimo al gentoggetto, il gentoggetto circondato di nero che quindi mi procura abitudini piacevolissime ripetendo  'pipipino, pipino, ... pipino, pipinopì, pipì, nopìpi, eccetera'» (Testa, "Il Caffè", 1968,4).
Dove il fraseggio labiale-linguale ovvero labiale-labiale (leggi: pipì), mancando la coppia linguale-linguale, ma c'è dopo, come vedremo nella composita parola nonnocloro, si articola nelle legante volute come l'inizio delle "toccate" bachiane, per esplodere infine nella completa scintillante "Fuga", sentite come:
"e soltanto nonnocloro attraverso la mamma che mi chiama Pipino; raramente viceversa, ma non mi sorprende lo stesso".
(Scala musicale labiolingiuale certamente dall'Autore cercata con intenti chiaramente dissacratori nei riguardi di Sebastiano).
Mentre invece in "Antinomium 14", Lucio Zinna ci avverte, con enciclopedica ciclopica onniscienza vuoi glottologica vuoi matematica che:
"Fu in certo senso à la manière classique - par declaration, - Thele-phonos (quand'era occupato non faceva che  tu-tu-tu-tu-Tu-Tu). Parlando d'asterischi visibili se - conditio sine qua non - si chiudessero gli occhi e pressandoli (ma no troppo) con le mani (cunette delle) io dissi c'è qualcosa (dissi) che devi (dissi) sapere comunque (dissi) e sono appena
4 parole 4
saggiamente idiote così seriamente ridicole et rationalmente irrazionali che tacere non possum(us) e
6 x 8=
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47 + 1 =
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50 - 2 =
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48"

Diciamo così trilapalissiano. Cogliendo intanto la progressione fonica del marconi che, invece del monotono, ti dà un crescendo angoscioso dal semplice proletario "tu" tuttominuscolo all'enorme padronale e dissacrabile TU che pure VOI tanto è grosso e grasso. Un crescendo rossiniano - se non fosse blasfemo nominare qui il ricco crapulone autore dell'omonima bistecca - e infatti più giù scendiamo verso atmosfere contadine, aria di banda cittadina che suona la marcetta contrappuntata dal zum zum dei piatti, anzi dal dissi-dissi-dissi.
Dunque DISSACRAZIONE. Ma a furia di dissacrare sorge spontanea la domanda che potrebbe domani diventare angosciosa. Perchè oggi questi dissacratori sono uomini d'onore e siamo a posto. Ma se domani ci troviamo di fronte alla necessità. . . se la situazione precipitasse e i figli di codesti uomini d'onore risultassero dei debosciati e insomma ci trovassimo costretti. . . NELLA SCONSIDERATA IPOTESI DEL BISOGNO IMPELLENTE, CHI DISSACREREBBE I DISSACRATORI?
Andiamo avanti o come meglio sarebbe dire, addentriamoci. Cogliamo al volo le "Note a una poesia che manca", una delle "Pensèes" di Michele Perriera:
"Sui papaveri: i papaveri più graditi sono quelli di marmellata al neutrone; il papavero principe è, per definizione, un cadavere di vecchio che succhia il biberon" (Dove, giusto per distinguerle dalle "Pensèes" di un altro P. - Blaise Pascal - io mi permetterei di sostituire all'ovvia e trita traduzione in "I Pensieri", quella ben più dissacratoria e engagèe di "Le Pensate di M. P.").
Naturalmente aumentando l'importanza dell'autore in ragione geometrica, per un comune lettore come me, le difficoltà a cogliere le impressioni, i significati - che dico? - a trovare almeno un perché. E poiché più non possono aiutare allo scopo i comuni strumenti di una volta - leggi grammatica, vocabolario e buon senso - uno si rivolge alla critica per ottenere lumi. Ahimè il risultato è questo, che la Critica, quella obiettiva fuori dalla mischia, rinunzia a fornire la chiave, adducendo ora che "siamo al punto della fluidità cronachistica tale da impedirci la effettiva assunzione di quel minimo di distanze che permetta ecc. ecc." (Manacorda: Storia della letteratura italiana contemporanea, pag. 399) ora attribuendo al gruppo dei nostri una da loro stessi dichiarata illeggibilità e "infruibilità". Per cui bisogna rivolgersi ai saggi critici elaborati dagli stessi scriventi (per ipotesi - in attesa di chiarimenti consentitemi di chiamarli così, invece che scrittori). Ci troviamo dunque nella situazione - ci si perdoni il paragone pedestre, ma si era detto di evitare parole difficili - di un terzino che descrive ai lettori di una gazzetta sportiva la assoluta bellezza, perfezione e indispensabilità dell'autorete da lui segnata poco prima, e che ha permesso alla propria squadra di perdere per uno a zero.
Andiamo dunque da questi terzini e ascoltiamo:
"Paradossalmente, si potrebbe dire che la Letteratura contemporanea non-è, e ciò nel momento stesso in cui tuttavia è; e che in sostanza non è ancora quella Letteratura che tuttavia in certo modo è già". (Roberto Di Marco, in Marcatrè 23-24-25).
E allora succede l'irreparabile. La carne che è debole resiste, resiste, ma poi deve per forza cedere, la tentazione è forte. La tentazione della PARABOLA. Di quel re al quale avevano promesso una veste di fili magici invisibili ai bugiardi, e quello dice finalmente scopro i sudditi indegni. E i sarti facevano finta di provargliela addosso questa veste che era invisibile a tutti e nessuno osava fiatare per non passare per bugiardo, nemmeno la regina, nemmeno lo stesso re, anzi tutti lodavano la bellezza, la perfezione, la assoluta NECESSARIETA' della tunica che non c'era. E poi, come tutti sanno, tra il coro unanime degli elogi che accompagnava il corteo si udì la voce del bambino dice ma non ha niente addosso!
Ecco la grande tentazione. . . se per caso non fosse soltanto per ignoranza personale che uno queste sublimità. . . non li vede. . . NON NE CAPISCE IL RESTO DI NIENTE.
Ma un'ultima speranza di non precipitare nella voragine del ridicolo, perché forse la veste magnifica esiste, mi si para innanzi:
Testa, Il respiro come progetto, in "Presenza Sud" n.1: "La prima insulsa domanda è dove sia il respiro. La contemporanea sensibilità dà una risposta perentoria e subitanea: OVUNQUE - cioè nella bocca, nel calcestruzzo, nei radiolari, nell'iconosfera, nel mignolo, nel crogiuolo, e anche dove c'è il niente del niente. . ."
Nessuno mi venga dunque a dire che gli scritti dell'Avanguardia palermitana non abbiano sufficiente respiro.
Cominciate a capire ora perchè si vende ancora tanto gattopardo?
 

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