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Vito Lumia, siciliano e poeta
Trapani Nuova, 30 Settembre 1988

Di fronte all'improvviso, e secondo me salutare, risveglio dell'interesse per la lingua siciliana, viene da pensare quanto ingiusta, oltreché scientificamente sbagliata, sia stata la scarsa attenzione di gran parte degli addetti ai lavori sui poeti siciliani d'oggi. Con delle lodevolissime eccezioni, s'intende, e basti pensare alla coraggiosa iniziativa di Salvatore Di Marco con il suo neonato "Giornale di poesia siciliana" al quale auguriamo ogni successo.
E dicevo di questo mondo straordinario di questi, prima di tutto, operatori culturali che a una costosissima pubblicazione, spesso preferiscono la diffusione "orale" attraverso la via dei recitals, delle trasmissioni televisive, dei premi di poesia. E forse la regola del critico di occuparsi del "già pubblicato" dovrà essere considerata meno ferrea, perché i "media" già menzionati — appunto TV, premi di poesia e recitals ormai sempre più eseguiti — assicurano una diffusione che intender non può chi non la prova (come è successo recentemente al sottoscritto; e spero di parlarne presto su questo giornale).
Tra questi innamorati della Sicilia e cultori appassionati c'è Vito Lumia, mazarese trapiantato a Trapani per motivi di lavoro (geometra impiegato della SIP), poeta apprezzatissimo e vincitore di numerosissimi premi di poesia. Tre i punti fondamentali della sua ispirazione poetica: la sua tragica esperienza umana, la consapevolezza della triste condizione della Sicilia, la pena per i mali del mondo. Il poeta perde la sua giovane donna, stroncata da un male inesorabile e cerca di dimenticarla imbarcandosi. Ma a bordo è solo
accufurunatu
a lu solitu postu a puppavia
(Vigilia) 

e alla pena si aggiunge la nostalgia per la casa e la famiglia lontane. "Lu nostru distinu" rivela uno sconsolato pessimismo
. . . all'ultimu mumentu
quannu n'attruvamu
c'un pugnu di muschi 'n manu

La pena per i mali del mondo trova il poeta pronto all'impegno civile. Nella composizione "Drogati" esorta tutti a dare una mano a questi infelici che
sfrardanu la vita a picca a picca
parturennu sonnura smuddicati

e, più ancora, in "Disiu di paci" l'esortazione raggiunge ritmo, sonorità: 
sfardamu 'ssi cannuna
'ssi missili e -ssi bummi:
facemuni zappuna !

Così come credo che "Siminannu pinseri" e "Stasira mi preju d'essiri pueta" raggiungono un'assoluta liricità.
Della necessità dell'impegno, il poeta e l'uomo Lumia sono ben consapevoli.

Vucia lu puta appremunatu
pi risbigghiari l'omu addurmisciutu
. . . . . . . . . . 
chistu 'un è tempu d'arristari mutu !

Ma all'impegno civile deve corrispondere in un vero poeta l'impegno per la poesia. E Lumia, che è vero poeta, non vi si sottrae:
sugnu pueta
pirchì sacciu sunnari
timogni di nivi
'n mezzu diserti 'nfuocati
. . . . . . . . . . 
sugnu pueta
pirchì sacciu mòriri
rinasciri ogni ghiornu
comu lu suli.

E infine lasciate che io sottolinei ciò che forse non appare a prima vista, e cioè l'estrema cura che Lumia dedica all'ortografia; ciò è frutto di appassionati e meditati studi sulla lingua della nostra isola. In altre occasioni mi sono occupato del fenomeno della trasandatezza con cui spesso si scrive in siciliano. Non sempre sono stato capito, anzi sono stato accusato di pignoleria. Qualcuno addirittura s'è offeso, come se l'avessi trattato da "sgrammatico" e non invece solo da pigro; e in fondo chiedevo soltanto un po' d'attenzione e di rispetto per la nostra lingua. Vito Lumia con la sua attenzione e il suo scrupolo per le elisioni e i troncamenti tira acqua al mio mulino, ma soprattutto rende un ineguagliabile servigio alla causa letteraria della patria di Jacopo e di Ciullo.

da sinistra: Franco Di Marco, Vito Lumia, Pietro Tamburello, Salvatore D’Angelo e Salvatore Di Marco, nella villa di Salvatore D’Angelo in contrada Marotta, a Valderice.

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