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"Perciò era necessario ricorrere alle fontanelle per fornirsi almeno dell’acqua potabile. . . . Ma, a poco a poco, questa avvilente necessità era diventata, per bizzarro che possa sembrare, una questione non priva di piacevolezza. La necessità era diventata usanza; si era data una certa impronta stilistica collocandosi tra i fatti di costume; infine aveva acquistato una certa qual solennità diventando cerimonia: Insomma, aveva una sua validità storica, era « Il Riempimiento. ». Lucio e l'acqua - Domenica del Corriere - 1969
HANNO RAGIONE TUTTI
Trapani Nuova, 8 Gennaio 1988

Intervengo a dire la mia sul «linguaggio» di Crescenzo Canè, su invito pressante, particolare irresistibile di Nat Scammacca.Se ho ben capito, i dati sono questi: a) Scammacca ravviserebbe negli scritti di Cane «errori morfologici», ma li spiega con il fatto che il linguaggio di Cane « è strutturato linguisticamente e mentalmente in siciliano»; b) per testimonianza di Scammacca, del medesimo avviso sarebbe Vincenzo Oliva; c) lo stesso Cane si autodefinisce «analfabeta» e «rozzo» e «poeta che non sa scrivere» e a cui «non piace scrivere» ma poi, intervenendo sulla questione, chiarisce che il suo linguaggio parte sì dal «parlato » palermitano, ma è anche frutto di una sua ricerca. Ne deriva una parola «nuda cruda svestita» e perciò lontana dalla «lagna» neorealistica e populistica e lontanissima dalla parola «vestita» della letteratura borghese, anzi ideologicamente a questa contrapposta. A questo punto l'imbarazzo di Scammacca e la sua richiesta di chiarimenti. Ora io non desidero entrare nel merito «ideologico» dell'interpretazione da dare ai termini «neorealistico» e «populistico», che a Scammacca sembrano addirittura motivo di vanto, a me francamente non sembra abbiano connotazioni così gloriose ma nemmeno cosi negative, e a Cane invece sembra che diano fastidio.
(Apro una parentesi: in passato altri come lui hanno adoperato i due termini in senso addirittura dispregiativo; ma non desidero far nomi perché la gente si offende e sono stanco d'essere considerato uno che s'azzuffa con tutti. Dichiaro di non avere alcun interesse nella carriera letteraria: non desidero ingraziarmi nessuno, ma nemmeno desidero azzuffarmi con nessun altro; volevo semplicemente restarmene in silenzio dove mi ero volontariamente confinato per motivi che qui sarebbe troppo difficile spiegare. Ma chi conoscesse intimamente Nat Scammacca come io lo conosco e l'avesse visto, come io l'ho visto l'altro giorno, mortificato perché non aderivo al suo desiderio di entrare - anzi di rientrare - nel giuoco, avrebbe fatto l'unica cosa che c'era da fare. Ed eccomi qua ad arrovellarmi ancora come mai tanta avversione per il nerealismo; penso a Vittorini e alla sua manchette sul «Politecnico» alla fine della guerra: «Non più una cultura che consoli dalle sofferenze, ma una cultura che le combatta e le elimini». Poi penso ai populisti russi, cui si ispirò Lenin e alla rivolta populista americana il cui «programma tutti all'est consideravano poco difforme dal comunismo»,vedi Morison e Commager: Storia degli Stati Uniti, vol. II, pag. 330. E quando mai l'America fu tanto a sinistra? Francamente qualcuno dovrebbe spiegarmi come mai «neorealismo» e «populismo» non riscuotono più simpatie a sinistra.)
Chiusa la lunga parentesi, passo al punto cruciale: vestire o svestire? A mio modesto parere bisogna distinguere due situazioni fondamentali diverse: scrittura in prosa e poesia.
Nella scrittura in prosa posso esser d'accordo: la parola imbarocchita non solo non e migliore, ma è certamente peggiore, anche in senso puramente estetico. Però - dobbiamo dirlo - spesso su questo argomento si bara un po’, contrabbandando per essenzialità quella che è invece soltanto mancanza di precisione E sarebbe niente se fosse solo una questione di eleganza formale! A volte, invece, il significato diventa oscuro o peggio rimane apparentemente chiaro ma in realtà si capovolge; e specialmente per chi non è siciliano. Mi spiego con un esempio tolto dallo stesso libro «La memoria Collettiva», proprio nelle prime tre righe.
Prima riga: «Pietro Pietro, chi vince la scienza o la natura? ». Sono certo che la prefazione non si rivolge solo ai lettori siciliani. Ora, in lingua italiana, la quale ahimè non ha come il latino e il tedesco nominativo e accusativo, la frase significa «Chi è che ha la forza, la potenza, l'abilità di battere scienza o natura?». «Scienza» e «natura» diventano complementi-oggetto di quella che appare l'unica proposizione. Per farli apparire soggetti e indispensabile porre una virgola o i due punti dopo «vince». In tal modo si crea la necessaria pausa nella lettura, e si può vedere che le proposizioni sono due e «scienza o natura» diventano correttamente soggetti della seconda proposizione.
Seconda riga: «a natura Barone». Ho fatto leggere la frase a decine di persone: più del 90% ha letto «annatùra», prendendolo per complemento di termine. Poi, parecchie righe dopo, si capisce che non era lingua italiana ma siciliana e questo si badi bene solo dai Siciliani: i nordici non riusciranno mai a capire. Bisognava scriverlo in grassetto o in corsivo e premettere alla «a» un apostrofo.
Terza riga: «Mai Pietro, tu ecc.». Significa che «mai Pietro sarebbe in grado di vincere la scienza e la natura». Per far capire che siamo in lingua siciliana e stiamo usando l'espressione tipicamente siciliana «Mai! Mai fu!», dobbiamo dire al proto di usare il grassetto o il corsivo e dobbiamo obbligatoriamente piazzare una stramaledetta virgola dopo «mai», che ci faccia fare la pausa necessaria a far capire: «Mai , Pietro: tu sei ignorante ecc.». E questo che è, vestire? Nossignore: è parlare chiaro anche ai Milanesi. Mi spiego: se in una fotografia sbaglio l'esposizione e il verde del tricolore viene azzurro, che cosa succede? Succede che si capisce che siamo in Francia e non in Italia.
In Poesia il discorso è completamente diverso, non ha senso parlare di italiano, siciliano o che so io: qui c'è - quando c'è - il LINGUAGGIO DEL POETA. In fotografia la scelta del verde o dell'azzurro è una questione obiettiva; nella pittura l'obiettività non ha alcun senso e il colore e tutto il resto sono scelte dell'autore (c'è bisogno di citare i gialli di Van Gogh?). In prosa le regole (morfologia e sintassi) ti mantengono dentro il giuoco; in poesia è il linguaggio che ti porta dentro al poeta. E qui ha perfettamente ragione Cane
quando parla di un suo linguaggio frutto di studio anzi di sperimentazione sul campo. Il suo discorso è chiaro, chiarissimo; la parola non è né asciutta né vestita: la parola È. Il discorso si snoda con una coerenza di linguaggio perfetta: leggendolo, si esclama subito: «questo è Cane» come quando si ruota velocemente la sintonia della radio e si capisce subito che quella è francese e quell'altra è invece una stazione inglese: «È tempo di prepararci ad altra fede/ di sederci finalmente e ascoltare la nostra/ sacra memoria collettiva di spulciare/ uno ad uno tutti i torti/ senza paura svegliare i nostri morti/ e ascoltare finalmente i nostri cuori/ ….. / Sono rozzo e orgoglioso e grezzo/ come una roccia in fondo al burrone/ urlo al vento e alla pioggia da un/ tempo infinito che non ricordo più/ se sono stato ragazzo o sono già/ vecchio quando la città era alberi/ e carrozzelle gelatai e panini dove/ la gente camminava e ti salutava/ con una gran voglia di parlare/ per affermare che tutti eravamo amici».
Dove non ci sono errori morfologici e non c'è nulla da dire, e non c'è bisogno di alcuna virgola (anzi guai a mettercele, ché ne guasterebbero la tensione) né di grassetti o corsivi, e tutto è maledettamente chiaro per qualunque lettore dalle Alpi al Lilibeo, per il contadino che capisce perfettamente e per chi si sente un po' più «letterato» e vi trova tono e tensione tra l'elegiaco e il lirico e nemmeno a lui si può dar torto; e tutto ciò fa anche un po' rabbia, perché in fondo ha ragione Oliva e si tratta di parole e di costrutti semplici
anzi semplicissimi e guarda questo poeta con parole semplici com'è riuscito a dire tutto; ma, caro Oliva, Nat e tutti quanti, le cose che appaiono SEMPLICI ALLA FINE presuppongono un lavoro o e un'ELABORAZIONE ALL'INIZIO e non è cosa semplice e costa fatica; ed ha ragione Cane quando dice che ci ha lavorato sopra e in sostanza, amici miei, se tutti hanno ragione e tutti capiscono vuol dire che qui si è ancora una volta rinnovato l'eterno miracolo della poesia che parla a tutti, e a ciascuno secondo la sua propria recettività e sensibilità.
Che poi ciò in Cane sia al servizio della gente comune tanto meglio, ma il suo «impegno», a mio modesto avviso, non sarebbe bastato a far poesia. Purtroppo altri autori dimenticano ciò e perciò, pretendendo di dipingere quadri, pitturano schifezze e credendo di scrivere poesie, scrivono orazioni prediche e comizi.
Infine vorrei ricordare a Crescenzio che ho il massimo rispetto per la sua fede nel Marxismo, e forse chi è marxista ha più meriti di me, ma essendo ormai da tutti riconosciuto il pluralismo, non debbo vergognarmi di non essere marxista mia volta.
L'Antigruppo può avere avuto soltanto il torto di non essere quello che egli avrebbe preferito che fosse, ma mai si dichiarò quello che non era e cioè esclusivamente marxista. Parlare di «inquinamento» mi sembra, perciò, sommamente ingiusto. Medici, poi, ce n'è di ricchi, di quelli che si guadagnano da vivere bene e di quelli che fanno le endovenose all'USL. Del primo gruppo non ho mai fatto parte; quando, una vita fa, nacque l'Antigruppo indovina un po', Crescenzio, in che gruppo stavo. Buon anno a tutti.
FRANCO DI MARCO
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