top of page


"Perciò era necessario ricorrere alle fontanelle per fornirsi almeno dell’acqua potabile. . . . Ma, a poco a poco, questa avvilente necessità era diventata, per bizzarro che possa sembrare, una questione non priva di piacevolezza. La necessità era diventata usanza; si era data una certa impronta stilistica collocandosi tra i fatti di costume; infine aveva acquistato una certa qual solennità diventando cerimonia: Insomma, aveva una sua validità storica, era « Il Riempimiento. ». Lucio e l'acqua - Domenica del Corriere - 1969
Io, Agata e Tu
Trapani Nuova, 28 Dicembre 1971
La Notti Longa, volume 2, 1972


IO, AGATA E TU
Trapani sabato pomeriggio. Pioggia e vento hanno invaso anche il nostro angolino africano, e il nostro record pluviometrico all’inverso va a farsi benedire assieme al ricordo dei quaranta gradi all’ombra, nella gagliarda pioggia novembrina e sotto il implacabile del ponente-libeccio che Gibilterra ci spara addosso. Sicché la settimanale visita a Nat Scammacca diventa, più che una consuetudine, una necessità: l’Americano ha finalmente fatto sistemare il tiraggio del camino. Veramente confortable.
Scammacca vuole subito rifarsi delle calorie elargite, dandomi da lavorare. «Ecco le ultime poesie di Santo Calì; facci su un commento per ‘Trapani Nuova’, Da medico-scrittore». (Medico si, grazie alla benevolenza dei docenti dell’epoca; ma scrittore, assolutamente bontà tua, Nat, bontà tua…).
Agata Azzòla delira su un lettino d’ospedale dopo un aborto… Ecco, potrei parlare delle statistiche sull’aborto provocato. Nel Sud sono un po’ meno, perché le nostre donne sono meno disponibili (religione, paura delle conseguenze, severità paterna – non intendo elogiare né condannare, dico solo che è così); ma sono anche un po’ di più perché le meridionali sono meno esperte ad usare accorgimenti a monte. Sono un po’ meno perché da noi le coniugate accettano remissivamente una prole numerosa; ma sono anche di più per la stessa ragione: c’è un limite a tutto, e dopo il settimo-ottavo figlio le gravide cominciano a lavarsi i piedi. La somma algebrica dei fattori è zero, press’a poco siamo nella media nazionale.
Dicevo della lavanda dei piedi. Non basterebbe un intero trattato per esaminare in dettaglio i modi: le nostre donne divergono dalle consorelle nordiche; le tecniche liberatorie meridionale sono variopinte, spesso fantasiose, talvolta patetiche, sempre drammatiche. In sostanza a Niscemi, tanto per dire, si fanno pediluvi interminabili, lavate di biancheria colossali, talvolta usano il ramoscello di prezzemolo «i situ»; nelle zone industriali, invece, invariabilmente madame cava dal garage la Mercedes e va dal tecnico dai lindi paludamenti, tanto bravo e mica poi tanto caro, figùrati tesoro questa volta solo un trecentomila. Poca fantasia. Nebbia uniforme in Val Padana. (Che vuoi farci, Nat, anche qui freddamente annoto e mi sforzo di non piangerci su).
L’anestetico ha intossicato Agata ventisettenne Azzurra di San Marco d’Alunzio, e la sua fantasia si scatena… Potrei dire del cloroformio o dell’etere che altera le superfici cellulari per la sua affinità con i grassi di cui è ricco il sistema nervoso, come l’ape che cerca il fiore: il lipotropismo diventa neurotropismo. Potrei, ma che senso avrebbe? Che senso ha questa storia chimica e quell’altra, ginecologica, per quante implicanze sociologiche possa avere?
. . . . . . . . . . chi senziu
cci avi sta to pupilla azzòla, limpia
Mi sono intossicato anch’io, traducendo Calì. Mi ero avvicinato con sospetto, con una certa irritazione anche – debbo confessarlo – a questo siciliano duro da masticare, a questa lingua siculo-orientale tanto dissimile dalla nostra parlata di libeccio almeno quanto lo è lo spagnolo dal portoghese. Per giunta m’avevano detto che era barocco. Ma altro è dare uno sguardo di sfuggita a una riproduzione della «Giocona», e altro trovarsi al «Louvre» davanti a quel sorriso; un conto sfogliare distrattamente un libro di storia e notare la linea spessa di Van Gogh – al massimo si dirà: il nome pare olandese, ma questo arrabbiato deve essere tedesco – e un altro conto fissare quelle tremende spirali gialli o verdi o rosse e a un tratto penetrare in tutta la dannata questione del cervello preso dal turbine, fino a capire perfettamente perché va a finire che quello si spara in bocca.
Così m’è successo che, a furia di «zunijàrimi», l’endecasillabo di Calì m’è entrato nel battesimo e non c’è stato più nulla da fare. Perdonami, Nat; perdonatemi tutti: mi lancio oltre il lecito, sutor ultra crèpidam, in un discorso esegetico.
Anche tu, Nat, hai avuto a suo tempo la tua dose. Io, Agata e tu.
SOTTO LA BOTTE - TRONO DI CLOPIN
Nell’atmosfera satura di gas anestetico basta un «gnettafocu» per far divampare il fuoco purificatore della confessione. Nascita, vita e morte di Agata: l’azione euforizzante dell’anestetico le ultime inibizioni e scioglie la lingua di Agata. Il bisturi implacabile le svuota le viscere (o piuttosto la libera del prodotto delle sue carni colpevoli?) il lettino diventa divano; Agata consegna nove cartelle di appunti, nove lettere-poesie allo psicanalista. Che poi è il Professor Corvo Santocalì. E questi ce li restituisce attentamente decodificati e decifrati, scrupolosamente ordinati, sinteticamente intitolati e per quanto possibile debitamente mondati da espressioni di gergo scientifico. Prendiamo ad esempio la prima:
I. A maju avia a nasciri me figghia. Nel testo i confini si misurano a «micron» e le case di Niscemi sono «molecole di allucinogeno colpite di vaiolo». Calì annota che
. . . . . . . . . . Puntu
nicilu d’aria sunu li finàiti
e
di sdillìniu nta frevi di vajolu!
eccetera eccetera
Ma Calì è poeta; transfert e immedesimazione fanno il resto, e il discorso di Agata acquista sonorità autonoma, slancio; diventa lirica:
A maju avia a nasciri me figghia
Marina, cà la notti di Schisò
era limpia di luna
e lu specchiali
di lu ‘ulfu siernu parpaddiava
supra lu pettu miu vinchi di latti!
II. Ti voglio raccontare la mia storia. Fanciullezza di Agata. La prima parte del racconto fluisce pacatamente. E’ una rievocazione spontanea e cosciente, non ancora condizionata da blocchi psicologici né quindi sollecitata da particolari tenaglie estrattive. Agata aveva sei anni e si
. . . pircantava a talijari nèuli
ca sprajannu a li celi s’allanzavanu
contra la speri di lu suli . . . . . . . . . .
Siamo nell’Eden, non c’è ancora il serpente, non è ancora apparsa la componente che sconvolge, il sesso. (Che però maliziosamente fa capolino da quella «jamma ‘n trippu», gamba impaziente frenata dal saio). Poi la pubertà e la Francia vista attraverso le insegne luminose e i giorni lenti a passare; infine la caduta e il ritorno a casa e
. . . . . . . . . . li palori
amari di cicoria
li pinzeri
sarvaggi ca sapijanu d’acitu
ia frunti scotta di frevi . . .
III. Cu’ mi rijala na banana russa? Il peccato originale insegue e segna indelebilmente Agata-Eva, frustandone ogni proposito di redenzione. Una banana infuocata, ovvio simbolo prorompente di vita, potrà sopraffare lo sferico frutto che si ritorce su se stesso, il pomo simbolo della morte?
IV. Ma Cristo era sceso tra i braccianti. Ecco la redenzione, ecco il compendio universo. Penna, penna, perché ora m’abbandoni? Come descrivere il «Giudizio Universale» di Michelangelo, la «Corte dei Miracolo» di Hugo, il «Ça ira» di Carducci, gli «Impiccati» di Villon?
Ahimè, Nat, finora avevo capito ben poco. Seguivo il maggiolino che ronza senza avvertire l’urlo della foresta. Osservavo il rigagnolo; formica non vedevo che una direzione piatta e bidimensionale al mio cammino obbligato dalla cecità del presuntuoso. C’era ben altro che lo striminzito marchingegno psicanalitico: c’era lo spazio dilatato di una dimensione epica.
Saturno sta divorando l’ultimo figlio, l’anno agonizza nella notte di san Silevstro e
. . . . . . . . . . chistu
silenziu è aratu ca sbalanca forza
di currituri d’aria nta lu civu
di la cità.
A Valmy si addensa il soffio della Rivoluzione
Su i colli de le Argonne alza il mattino
brumoso, accidioso e lutulento.
Sull’arazzo della «Cappella Sistina», il Cristo terribile leva la destra che incenerisce.
Ora si vanno radunando
. . . . . . . . . . e lena e tanfu
d’uomini avvinazzati ca s’allanzanu
a durlindana aisata, . . . . . . . . . .
straccioni e prostitute in misera sotto la botte-trono di Clopin Trouillefou re di Thunes, (L’Esmeralda sposerà mastro Gringoire per salvarlo dalla forca), ossa di appiccati danzano al vento, un corvo svuota le orbite di François Villon.
Crocifissione di Agata
. . . . . . . . . . mpidugghiatu
a lu muzzuni di la rota ‘n autru
Cristu, pugnu li carni crapullata
E ancòra martiri: Turiddu Scarpitta sparato a lupara dopo un convegno d’amore mercenario e Crocifissa (qual nome profetico!) Sciacca orfana e sifilizzata assieme ad ascendenti e collaterali.
Alla «Corte dei Miracoli» Nicolette La Charonne ha rifiutato Gringoire; dalle parti di Agata nessuno viene rifiutato; l’uomo
Ti spogghia, ti caramma a timpulati
e tu sciddichi nuda nta la vampa
di la to schigghia, lepri ciunca, ed occhi
scarcavigghiati all’ummira, di vitru
Apocalittica arranca una processione di gravide su per le pendici dell’Etna. Si sente la mano allucinata di Peter Bruegel: I ciechi verso l’abisso. Ve le spinge l’impostura di sempre, la voce di Frate Antonio:
. . . . . . . . . . Gesù
Sdòmini voli addevi ‘n Paradisu!
Attizzamu, surelli, sbolu d’angili!
verso pascoli celesti. Ai pastori si promettono invece pascoli terrestri per le pecore affamate, ma è solo una bestiale beffa: saranno invece schioppettate. La folla insorge inferocita: «A morte!». L’impostura continua: «Dio non vuole!». E invece
. . . Cristu avìa scinnutu nta la fudda
di l’antichi culatri. Scarricava
di li so spaddi stanchezza di pecuri
senz’erba, di nutrigghi senza ciatu,
di fimmini cu minna turcinuata
e ventri strippa,
e a menzu a li culatri
chiancia. . .
Chi parlava di barocco è servito. Questa è epica.
V. Inginocchiata nuda sul pavimento. Delirio mistico: la componente ambientale subisce lo sdoppiamento onirico: ospedale=monastero-cimitero. Ma la luna insegue le nuvole, le raggiunge e riporta Agata al delirio terrestre;
. . . . . . . . . . luna
. . . Tu si mùsciula d’amuri
Sole e luna chiudono il canto con il «Salmo delle fonti della Luce»
GRANDEUR DI STRACCIONI E PROSTITUTE
VI. Voulez-vous, monsieur, dancer avec moi? Il reciproco transfert tra i due corrispondenti si rompe travolto dall’onda dei ricordi: il Poeta ritrova Josephine
. . . . . . . . . . o Josephine, o mon
amour, trisoru miu, palumma bianca (*)
VII. Si L’avissi saputu ca sta vita. Lamento per la vita grama e inutile; gallerie dei vizi e delle ipocrisie; calmiere delle nefandezze
. . . . . . . . . . Na nuttata
di spassu supra Fiat ottocento
se’ mila liri,
supra Lancia Fulvia
trentacincu
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
pi na propaganda
elettorali centu milijuni
E neppure una lira per gli onesti. L’esplicita querimonia, sia pure nobilitata da una sapiente ironia, abbassa il tono della composizione poetica, ma viene presto ad innalzarla la metafora trasfigurante:
Mancu na lira pi sta smania senza
sonnu, ca si sdivaca, giarra china
d’inchiostru, supra lu me corpu
VIII. Ti battu appressu notti e jornu, o morti. Diadema lirico scintillante sul collo dell’epica. Ecco alcune gemme:
«ballu smarmànicu d’ariddi» - «l’ultima tracuddata di la luna» - « na dalia ca nasci pirchì sapi / di pàtiri», Infine la splendida chiusura:
lu silenziu c’allàrica la notti
dove il Poeta sfrutta meravigliosamente la regola fonetica che impone l’accento grave sull’«a», aumentando l’ampiezza del trisillabo sdrucciolo: nell’immagine poetica l’effetto dilatante del silenzio raggiunge dimensioni cosmiche.
Esprimo qui il mio modesto parere: mai in lingua siciliana, raramente in altre, erano state raggiunte tali vette.
IX. La to sintenza jauta dicisa. Martirio d’Agata, crocefissa al lettino. Barche attendono sulla spiaggia umida i tepori del bel tempo, quando Agata assaporerà i palpiti di una nuova vita nel suo ventre martoriato; a primavera
. . . . . . . . . . supra
camija ammalaciata di lucertuli
e sarà figlio e giudice, prima di diventare lui stesso parte della storia. «Storia ca rimastica li seculi», «storia infraciduta / comu si fussi un pummadoru sfattu», storia di Sicilia, storia gloriosa, «grandeur» di tutti gli staccioni e di tutte le prostitute; epopea.
(*) S. Calì: «Josephine», Catania, 1969
bottom of page