top of page

Vito Cavarretta
Non mi guardare Agata negli occhi
Poesia in Vernacolo siciliano di Santo Calì tradotta da Franco Di Marco

Trapani Nuova, 30 Novembre 1971

Cavarretta - non mi guardare agata negli occhi.jpg

NON MI GUARDARE, AGATA, NEGLI OCCHI! è una delle ultime belle poesie di Santo Cali, tra­dotta dal vernacolo siciliano da Di Marco. Dietro un titolo cosi patetico vi si nasconde uno dei tanti dram­mi della Sicilia. In un paesino sperduto, Sperlinga, niente di meno le donne diventano cieche, e quasi quasi se ne rallegrano, perché così più facilmente potranno avere riconosciuto il diritto alla pensione per invalidità.

Per le donne di Sperlinga, prese come sono dalla miseria, nè il sole, nè la vista di tutte le altre cose del creato suscita più interesse. Si tratta di una spe­cie di devitalizzazione e di nichilismo collettivo. E' un fenomeno paradossale nel pieno della società mo­derna, che ignora le proprie contradizioni, dovute ad uno sviluppo diseguale.

Con fatalismo la gente si rassegna a rinunciare per sempre alla propria vista, e di non vedere più la luce che è simbolo della vita stessa. Si dice che al momento della morte gli uomini, prima di entrare nel regno delle tenebre, cercano per l'ultima volta la luce:

Rapìan gli amici una favilla al sole

A illuminare la sotterranea notte

Perchè gli occhi dell'uom cercano morendo Il Sole; e tutti l'ultimo sospiro

Mandano i petti alla fuggente luce.

(Dei Sepolcri, avv. 119-123)

Talmente grande è per noi il significato di per­cepire la luce in ogni istante e di vedere con gli oc­chi il inondo esterno. Gli occhi sono, secondo una vecchia immagine poetica, le finestre dell'animo a­perte verso il mondo. Al di là di ogni significato fi­sico e metafisico, la vita si risolve nel contrasto cro­matico di tutta una gamma di sentimenti umani, «Venire alla luce» significa nascere; vivere «oscu­ramente indica qual cosa di vissuto senza significato, di misero. Nella trasposizione fisica-psicologi­ca, luce-oscurità sta anche per vita-morte.

A Sperlinga le parole, come luce, luminosità, se mai lo avessero avuto, hanno da tempo perduto ogni loro significato. La gente sempre più viene so­spinta a vivere nel grigiore della miseria. Sempre più assume, a dispetto della civiltà del consumi che avanza, forme puramente larvali, puramente vege­tative. Si tratta di una vita fatta o di remissività o di ribellismo oscurantista autolesivo. Nè i moder­ni mezzi di consumo, nè i fantasmagorici spetta­coli televisivi riescono, qui, a dare un significato diverso alla vita, che non sia quello di sempre, o a scuotere la gente dal plurisecolare letargo. C'è u­na immobilità assoluta nelle cose, uno stato di i­nerzia difficilissimo da vincere. Ci si attacca a po­che migliaia di lire di pensione, come ad un'ancora di salvezza. Ma è una pura illusione. Sempre me­glio — dicono le donne — di un manico di serbo sulla schiena:

Tre mila lire, Cecca,

Di pensione sono meglio d'una botta

Col manico di sorbo sulla schiena!

Secondo Cali, le condizioni cosi depresse di questo paese hanno radici storiche assai lontane, e si perdono nella remissività e nel fanatismo di certe stratificazioni storiche della gente che lo a­bita. Nel 1282, ai tempi dei Vespri, Sperlinga fu l'unico paese che non insorse; anzi si schierò ac­canto a Carlo D'Angiò.

Però, a parte le conseguenze più o meno effi­mere del Vespri nella evoluzione storica della Si­cilia, va sottolineato che un po' tutta l'isola conti­nua a rimanere prigioniera del suo passato e del suo avverso destino. Infatti, Il problema della in­validità per malattia è in espansione un po' ovun­que; nel meridione e nel «profondo» Sud assume punte più accentuate, e si tratta in genere di pen­sionabilità da sotto-sviluppo. Il problema può, quin­di, essere generalizzato. Solo che a Sperlinga la malattia si chiama «cecità», cosi come in altre par­ti della Sicilia o altrove la morbilità assume altre e diverse denominazioni. Ma il fenomeno è sempre lo stesso: la pensione e la malattia come mezzo di vita.

Ci sarà anche una causa circa l'esistenza di una forma morbosa anziché un'altra: si tratta e­videntemente di substrati individuali e ambientali in parte diversi da paese a paese, in parte gli stes­si. La cecità, così, è più frequente a Sperlinga, che a Nicosia, o Gangi, o Geraci Siculo, paesi viciniori e sperduti anch'essi tra le montagne della Sicilia. Ma non è la forma morbosa che più potrebbe interes­sarci, anche se la perdita della vista è una cosa drammatica.

Il fatto più importante è che sfamo assisten­do ad uno strano fenomeno, ed è quello di avere un esercito sempre crescente. di pensionati per in­validità, in una società, che ostenta un apparente benessere. Da un lato abbiamo invece un numero elevato di disoccupati allo stato endemico, in Si­cilia e nel meridione in genere i feudi sono abban­donati, c'è sottosviluppo, emigrazione; mentre dal­l'altro lato, c'è uno sfrenato consumismo, con aspet­ti di vera opulenza di tipo medioevale. Nè il riven­dicazionismo sindacale pone obiettivi diversi di lot­ta, che non siano il semplice riconoscimento di qualche pensione in più, ignorando spesso quale im­mane prezzo l'umanità viene a pagare con la ri­nuncia allo stato di salute, per sopravvivere.

Ci potranno essere altre strade da battere, ma finché esse non verranno percorse, il miraggio della pensione, per quanto pochi siano i soldi dati, rima­ne una meta preferita, e difficilmente ci si riesce a sottrarci alla tentazione di diventare un «inva­lido».

Sotto molti aspetti, è come se vivessimo una grande calamità, in cui la gente preferisce rifugiar­si nella malattia, pur di sottrarsi , ad una realtà insopportabile. Secondo le leggi della psicologia, finzione e identificazione si equivalgono; si tratta di meccanismi inconsci, in cui si tende ad identifi­carci, entro limiti imposti dalla realtà e dalla men­te, con l'immagine che ci si crea. L'essere malato in ogni caso rappresenta un meccanismo di dife­sa, quando dal punto di vista esistenziale non si in­travedono soluzioni migliori.

Per questi aspetti, la poesia di Cali trascende ogni formalismo del fondare siciliano, per assu­mere nel suo lirismo il ruolo di un canto di vera e propria contestazione, non solo contro la parte più retriva e oscurantista della Sicilia, divisa da una miriade di miopi provincialismi, ma anche contro la pseudo-moderna società, cosiddetta dei consumi che non sa che elargire qualche pensione in più e creare eserciti di invalidi.

Questi invalidi provengono dalle zone del sot­to-sviluppo, ove c'è miseria, disoccupazione, ecc.; come anche provengono dalle zone sopra-svilup­pate, per gli aspetti allenanti che vanno assumen­do ad ogni livello i vari rapporti produttivi (con­sumismo, tecnologismo, alterazione ecologica, ecc.). Quella nostra è, in definitiva, una società dallo svi­luppo disarmonico, in cui si cerca assurdamente di far vivere accanto alla più spaventosa arretratezza, come a Sperlinga, forme più evolute e più progre­dite di vita, il privilegio accanto ad una falsa con­cezione di giustizia sociale.

bottom of page