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"Perciò era necessario ricorrere alle fontanelle per fornirsi almeno dell’acqua potabile. . . . Ma, a poco a poco, questa avvilente necessità era diventata, per bizzarro che possa sembrare, una questione non priva di piacevolezza. La necessità era diventata usanza; si era data una certa impronta stilistica collocandosi tra i fatti di costume; infine aveva acquistato una certa qual solennità diventando cerimonia: Insomma, aveva una sua validità storica, era « Il Riempimiento. ». Lucio e l'acqua - Domenica del Corriere - 1969
Vito Cavarretta
Non mi guardare Agata negli occhi
Poesia in Vernacolo siciliano di Santo Calì tradotta da Franco Di Marco
Trapani Nuova, 30 Novembre 1971

NON MI GUARDARE, AGATA, NEGLI OCCHI! è una delle ultime belle poesie di Santo Cali, tradotta dal vernacolo siciliano da Di Marco. Dietro un titolo cosi patetico vi si nasconde uno dei tanti drammi della Sicilia. In un paesino sperduto, Sperlinga, niente di meno le donne diventano cieche, e quasi quasi se ne rallegrano, perché così più facilmente potranno avere riconosciuto il diritto alla pensione per invalidità.
Per le donne di Sperlinga, prese come sono dalla miseria, nè il sole, nè la vista di tutte le altre cose del creato suscita più interesse. Si tratta di una specie di devitalizzazione e di nichilismo collettivo. E' un fenomeno paradossale nel pieno della società moderna, che ignora le proprie contradizioni, dovute ad uno sviluppo diseguale.
Con fatalismo la gente si rassegna a rinunciare per sempre alla propria vista, e di non vedere più la luce che è simbolo della vita stessa. Si dice che al momento della morte gli uomini, prima di entrare nel regno delle tenebre, cercano per l'ultima volta la luce:
Rapìan gli amici una favilla al sole
A illuminare la sotterranea notte
Perchè gli occhi dell'uom cercano morendo Il Sole; e tutti l'ultimo sospiro
Mandano i petti alla fuggente luce.
(Dei Sepolcri, avv. 119-123)
Talmente grande è per noi il significato di percepire la luce in ogni istante e di vedere con gli occhi il inondo esterno. Gli occhi sono, secondo una vecchia immagine poetica, le finestre dell'animo aperte verso il mondo. Al di là di ogni significato fisico e metafisico, la vita si risolve nel contrasto cromatico di tutta una gamma di sentimenti umani, «Venire alla luce» significa nascere; vivere «oscuramente indica qual cosa di vissuto senza significato, di misero. Nella trasposizione fisica-psicologica, luce-oscurità sta anche per vita-morte.
A Sperlinga le parole, come luce, luminosità, se mai lo avessero avuto, hanno da tempo perduto ogni loro significato. La gente sempre più viene sospinta a vivere nel grigiore della miseria. Sempre più assume, a dispetto della civiltà del consumi che avanza, forme puramente larvali, puramente vegetative. Si tratta di una vita fatta o di remissività o di ribellismo oscurantista autolesivo. Nè i moderni mezzi di consumo, nè i fantasmagorici spettacoli televisivi riescono, qui, a dare un significato diverso alla vita, che non sia quello di sempre, o a scuotere la gente dal plurisecolare letargo. C'è una immobilità assoluta nelle cose, uno stato di inerzia difficilissimo da vincere. Ci si attacca a poche migliaia di lire di pensione, come ad un'ancora di salvezza. Ma è una pura illusione. Sempre meglio — dicono le donne — di un manico di serbo sulla schiena:
Tre mila lire, Cecca,
Di pensione sono meglio d'una botta
Col manico di sorbo sulla schiena!
Secondo Cali, le condizioni cosi depresse di questo paese hanno radici storiche assai lontane, e si perdono nella remissività e nel fanatismo di certe stratificazioni storiche della gente che lo abita. Nel 1282, ai tempi dei Vespri, Sperlinga fu l'unico paese che non insorse; anzi si schierò accanto a Carlo D'Angiò.
Però, a parte le conseguenze più o meno effimere del Vespri nella evoluzione storica della Sicilia, va sottolineato che un po' tutta l'isola continua a rimanere prigioniera del suo passato e del suo avverso destino. Infatti, Il problema della invalidità per malattia è in espansione un po' ovunque; nel meridione e nel «profondo» Sud assume punte più accentuate, e si tratta in genere di pensionabilità da sotto-sviluppo. Il problema può, quindi, essere generalizzato. Solo che a Sperlinga la malattia si chiama «cecità», cosi come in altre parti della Sicilia o altrove la morbilità assume altre e diverse denominazioni. Ma il fenomeno è sempre lo stesso: la pensione e la malattia come mezzo di vita.
Ci sarà anche una causa circa l'esistenza di una forma morbosa anziché un'altra: si tratta evidentemente di substrati individuali e ambientali in parte diversi da paese a paese, in parte gli stessi. La cecità, così, è più frequente a Sperlinga, che a Nicosia, o Gangi, o Geraci Siculo, paesi viciniori e sperduti anch'essi tra le montagne della Sicilia. Ma non è la forma morbosa che più potrebbe interessarci, anche se la perdita della vista è una cosa drammatica.
Il fatto più importante è che sfamo assistendo ad uno strano fenomeno, ed è quello di avere un esercito sempre crescente. di pensionati per invalidità, in una società, che ostenta un apparente benessere. Da un lato abbiamo invece un numero elevato di disoccupati allo stato endemico, in Sicilia e nel meridione in genere i feudi sono abbandonati, c'è sottosviluppo, emigrazione; mentre dall'altro lato, c'è uno sfrenato consumismo, con aspetti di vera opulenza di tipo medioevale. Nè il rivendicazionismo sindacale pone obiettivi diversi di lotta, che non siano il semplice riconoscimento di qualche pensione in più, ignorando spesso quale immane prezzo l'umanità viene a pagare con la rinuncia allo stato di salute, per sopravvivere.
Ci potranno essere altre strade da battere, ma finché esse non verranno percorse, il miraggio della pensione, per quanto pochi siano i soldi dati, rimane una meta preferita, e difficilmente ci si riesce a sottrarci alla tentazione di diventare un «invalido».
Sotto molti aspetti, è come se vivessimo una grande calamità, in cui la gente preferisce rifugiarsi nella malattia, pur di sottrarsi , ad una realtà insopportabile. Secondo le leggi della psicologia, finzione e identificazione si equivalgono; si tratta di meccanismi inconsci, in cui si tende ad identificarci, entro limiti imposti dalla realtà e dalla mente, con l'immagine che ci si crea. L'essere malato in ogni caso rappresenta un meccanismo di difesa, quando dal punto di vista esistenziale non si intravedono soluzioni migliori.
Per questi aspetti, la poesia di Cali trascende ogni formalismo del fondare siciliano, per assumere nel suo lirismo il ruolo di un canto di vera e propria contestazione, non solo contro la parte più retriva e oscurantista della Sicilia, divisa da una miriade di miopi provincialismi, ma anche contro la pseudo-moderna società, cosiddetta dei consumi che non sa che elargire qualche pensione in più e creare eserciti di invalidi.
Questi invalidi provengono dalle zone del sotto-sviluppo, ove c'è miseria, disoccupazione, ecc.; come anche provengono dalle zone sopra-sviluppate, per gli aspetti allenanti che vanno assumendo ad ogni livello i vari rapporti produttivi (consumismo, tecnologismo, alterazione ecologica, ecc.). Quella nostra è, in definitiva, una società dallo sviluppo disarmonico, in cui si cerca assurdamente di far vivere accanto alla più spaventosa arretratezza, come a Sperlinga, forme più evolute e più progredite di vita, il privilegio accanto ad una falsa concezione di giustizia sociale.
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