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"Perciò era necessario ricorrere alle fontanelle per fornirsi almeno dell’acqua potabile. . . . Ma, a poco a poco, questa avvilente necessità era diventata, per bizzarro che possa sembrare, una questione non priva di piacevolezza. La necessità era diventata usanza; si era data una certa impronta stilistica collocandosi tra i fatti di costume; infine aveva acquistato una certa qual solennità diventando cerimonia: Insomma, aveva una sua validità storica, era « Il Riempimiento. ». Lucio e l'acqua - Domenica del Corriere - 1969
Giacomo Pilati
Prima di cominciare
Lucio e l'acqua, 2013

Alla fine della lettura di questo libro straordinario viene da chiedersi perché Franco Di Marco non lo abbia proposto mentre era in vita a case editrici ed editor nazionali. Assale la rabbia di chi consapevole di avere fra le mani un piccolo tesoro debba rassegnarsi allo sgarbo di un destino ingeneroso, una intricata e maldestra sorte che ingiustamente lo ha privato di successo e fama. Un talento riconosciuto da prestigiosi premi letterari, appena piegato da una professione, quella di medico, convenzionalmente più incline a meeting scientifici. I suoi racconti pubblicati sul settimanale Trapani Nuova per decenni interi sono stati coltelli affilati sul molle ventre di una terra anemica e non sempre amica di chi ha capacità e attitudini.
Pochi hanno avuto la fortuna di leggere la sua opera più completa, il romanzo della sua vita, un manoscritto tenuto celato dall’autore per oltre 40 anni, per pudore o forse per devozione, e ora svelato dai figli. Pagine di un discorso amoroso sul rapporto inquieto di un siciliano anomalo proteso verso l’assoluto, pur non rinunciando a stabili parzialità: quelle piccole mediocrità della provincia che danno lo sprone allo sdegno e alla ribellione della penna, un’arma di denuncia, di analisi. Talvolta perfino soluzione estrema. C’è nella scrittura di Franco Di Marco, una freschezza e una contemporaneità che appartiene ai classici, forme e stili senza tempo che si lasciano alle spalle il trascorrere degli anni per consegnarsi docili alla memoria collettiva. Franco Di Marco percorre senza ansia, e con una ironia consapevole e critica, gli anni Sessanta di una città di provincia e lo fa con un ordine narrativo così moderno che bisogna compiere uno sforzo non indifferente per immergersi nelle storie di cinquanta anni fa, aneddoti e “cunti” che sembrano scritti ieri. Perché l’autore fa parlare le sue emozioni con la forza del diario e l’impegno dell’intellettuale, sconfinando “per piacere” nel colto umorismo e nel ricercato minimalismo.
Senza filtri e mediazioni, la vicenda di un medico che si divide fra ambulatorio e povera gente, diventa così l’appendice di un cambiamento. Come se il romanzo di formazione petulante e ingombrante continuasse a bussare fuori dalla porta. Ed è lui il primo a compiacersi di questo tentativo di intrusione, lo provoca, lo evoca come una sorta di spirito guida. Ma poi lo fa restare fuori ad aspettare sul pianerottolo, perché l’autore ha un progetto da compiere: deve raccontare la mediocrità di questa terra, per cambiarla, per distruggerla e ricostruirla. E non ha tempo per il romanzo, c’è la cronaca che palpita, i sentimenti che urlano. E la voglia di scappare che non ammette deroghe. Anche se restare è bello lo stesso perché poi che gusto c’è a rinunciare a combattere. E allora è meglio tirare fuori i colori dall’astuccio e dipingere ed esaltare la voglia di dileguarsi a Roma. Che diventa perciò una sorta di Itaca al contrario e per questo meta affascinante da conquistare. Per esorcizzare la partenza forse. Almeno coi sogni. Perché la vera Itaca invece è qua. Sono i pazienti che lo attendono davanti casa, i questuanti di ogni tipo che si appellano all’etica di una professione strattonata da luoghi comuni e prebende statali. Itaca è il suo alter ego Lucio Tosto, medico chirurgo, convenzionato Inam, Inadel. E’ il Caronte che lo guida negli inferi di questa Sicilia già allora irredimibile. Nelle vicende narrate da Di Marco si incastrano gli eventi epici di quegli anni, le cicliche alluvioni, il terremoto del Belice.
Ma anche la poesia e il riverbero della luce che si posa sulla promessa di un cambiamento lento ma inesorabile che ebbe nell’Antigruppo di Nat Scammacca la sua fucina magica. Franco Di Marco dà sapore alle cose, si sente il gusto antico della rivoluzione, quando mutare il destino significava abbreviare le distanze dalla libertà , con l’etica tangibile nei pensieri di chi combatteva per rivoltare il tavolo da gioco e buttare per aria le carte. Di Marco spinge i desideri al limite, e li intona ai sentimenti buoni di chi ha voglia di costruire, di chi non si accontenta della solita vita. Anche a costo di rischiare l’azzardo di un gioco, la roulette, che è metafora della sorte cinica e bara. Un piccolo compendio di speranze e cambiamenti annunciati, voluti fino allo stremo. Fino all’ultimo confine del mondo conosciuto. Fino al sogno di una giostra che diventa la tribuna da cui assistere alla fine. Ma è solo il principio. Di una nuova era. Di una resurrezione che Di Marco non ha fatto in tempo a vedere. E nemmeno noi.
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