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Giacomo Pilati
Prima di cominciare

Lucio e l'acqua, 2013

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Alla fine della lettura di questo libro straordinario viene da chiedersi perché Franco Di Marco non  lo abbia proposto mentre era in vita  a case editrici ed editor nazionali.  Assale la rabbia di chi consapevole di avere fra le mani un piccolo tesoro debba rassegnarsi allo sgarbo di un  destino ingeneroso, una intricata e maldestra sorte  che ingiustamente lo ha privato di successo e fama.  Un talento riconosciuto da prestigiosi premi letterari, appena piegato  da una professione, quella di medico,  convenzionalmente più incline a meeting scientifici. I suoi racconti  pubblicati  sul settimanale Trapani Nuova  per  decenni interi  sono stati coltelli affilati sul molle ventre  di una terra anemica e non sempre amica di chi ha capacità e attitudini.
Pochi  hanno avuto la fortuna di leggere la sua opera più completa, il romanzo della sua  vita, un manoscritto tenuto celato dall’autore  per oltre 40 anni, per pudore o forse per devozione,  e ora svelato dai figli. Pagine di un discorso amoroso sul rapporto inquieto di un siciliano anomalo proteso verso l’assoluto, pur non rinunciando a stabili parzialità: quelle piccole  mediocrità della provincia che danno lo sprone allo sdegno e alla ribellione della penna, un’arma di denuncia, di  analisi.  Talvolta perfino soluzione estrema. C’è nella scrittura di Franco Di Marco, una freschezza e una contemporaneità   che appartiene ai classici, forme e stili senza tempo che si lasciano alle spalle il trascorrere degli anni per consegnarsi    docili  alla memoria collettiva. Franco Di Marco percorre senza ansia,   e con una ironia consapevole e critica, gli anni Sessanta di una città di provincia e lo fa con un ordine narrativo  così moderno che  bisogna compiere uno sforzo non  indifferente per  immergersi nelle storie di cinquanta anni fa, aneddoti e “cunti” che sembrano scritti  ieri. Perché  l’autore fa parlare le sue emozioni con la forza del diario e  l’impegno dell’intellettuale, sconfinando “per piacere” nel colto umorismo e nel ricercato minimalismo.
Senza filtri e mediazioni, la vicenda di un medico  che si divide fra ambulatorio e  povera gente, diventa così  l’appendice di un cambiamento. Come se il romanzo di formazione petulante e ingombrante continuasse a bussare  fuori dalla porta. Ed  è lui il primo a  compiacersi  di questo tentativo di intrusione, lo provoca, lo evoca come  una sorta di spirito guida.  Ma poi  lo fa restare  fuori ad aspettare sul pianerottolo, perché l’autore   ha un progetto da compiere: deve raccontare  la mediocrità di questa terra, per  cambiarla, per distruggerla e ricostruirla. E non ha tempo per il romanzo, c’è la cronaca che palpita, i sentimenti che  urlano. E  la voglia di scappare che non ammette deroghe. Anche se restare è bello lo stesso perché poi che gusto c’è a rinunciare a combattere. E  allora è meglio tirare fuori i colori dall’astuccio e dipingere ed esaltare la voglia di dileguarsi  a Roma. Che diventa  perciò  una sorta di Itaca al contrario e per questo  meta affascinante da conquistare. Per esorcizzare la partenza forse.  Almeno   coi sogni. Perché la vera Itaca  invece è qua. Sono i pazienti che lo attendono davanti casa, i questuanti di ogni tipo che si appellano all’etica  di una professione strattonata da luoghi comuni e prebende statali.  Itaca   è  il suo alter ego Lucio Tosto, medico chirurgo, convenzionato Inam, Inadel. E’ il  Caronte  che lo guida negli inferi di questa Sicilia già allora irredimibile.  Nelle vicende  narrate da Di Marco si incastrano  gli eventi  epici di quegli anni, le cicliche  alluvioni, il terremoto del Belice. 
Ma anche  la poesia e il  riverbero della luce che si posa sulla promessa di un cambiamento lento ma inesorabile  che  ebbe nell’Antigruppo di Nat Scammacca  la sua fucina  magica. Franco Di Marco dà sapore alle cose, si sente il gusto antico della rivoluzione, quando mutare il destino significava abbreviare le distanze dalla libertà , con l’etica tangibile nei pensieri di chi combatteva per rivoltare il tavolo da gioco e buttare per aria le carte. Di Marco spinge  i desideri  al limite, e li intona  ai sentimenti buoni di chi ha voglia di costruire, di chi non si accontenta della solita vita. Anche a costo di rischiare l’azzardo di un gioco, la roulette, che è metafora  della sorte cinica e bara.  Un piccolo compendio di  speranze e  cambiamenti  annunciati, voluti fino allo stremo. Fino all’ultimo confine del mondo conosciuto. Fino al sogno di una giostra che diventa la tribuna  da cui assistere alla fine. Ma è solo il principio. Di una nuova era. Di una resurrezione che  Di Marco non  ha fatto in tempo a vedere. E nemmeno noi.

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