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il Complice
Trapani Nuova, 23 Ottobre 1973

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Ci vuole un complice. Chi? Il frigorifero del macellaio di sotto ha ricominciato a ruminare nella notte. Se va via la corrente, domani carne guasta. Di solito quand'è così ne fanno salsicce, salate e pepate al massimo. Giovanni, il cognato? Ma quello è bancario: un uomo onesto per nascita e scrupoloso per professione. Il termostato ha toccato il punto ics, e tutto tace nella notte distesa a coprire la città taciturna.
Cesare? Integerrimo anch'egli, e a Luigi mancherebbe la necessaria disinvoltura.
Pat, il poeta? Via, proprio Pat! Quello è immerso nelle sue stelle. Do do do do do do l'ammoniaca viene compressa; quando si dilata di nuovo assorbe calore e così il cosciotto resta fresco. Però è un po' anarchico… ancora peggio: quelli sono contro la ricchezza, specialmente Pat:

sul (non ricordo bene, forse il muro)
Il privilegio siede caldo e grasso”.

Ancora il feed-back ha funzionato a meraviglia là sotto nel coso cibernetico delle frigorie, e con uno scossone lo ha messo a tacere.
Però l'americano risolverebbe i suoi problemi finanziarî e potrebbe dedicarsi alla sua poesia senza bisogno di I am – you are da pascere a gente sitibonda di inglese, la lingua vittoriosa che apre tutte le porte, la crisopea. “I am, non I ham; senza aspirazione, please, ripetere con me: ai eem”.
Ci sarebbe Nino, il fratello, ma non è possibile: hanno lo stesso cognome. Nessuno deve sospettare; l'americano con il nome americano, la faccia americana, il sigaro americano e soprattutto il passaporto americano, è quello che bisogna piazzare dall'altra parte del banco a puntare e riscuotere le vincite, attirando l'attenzione di tutti come un centrattacco, mentre di qua inosservato Lucio a manovrare.
E, quando il sole fece nuovamente capolino, filtrando attraverso nuvole nere e gocciole di pioggia di un mattino dall'insolito aspetto piuttosto settentrionale, Lucio saliva verso la collinetta di Pat. Il tergicristallo sviolinava, gomma rinsecchita dallo scirocco e non abituata alla pioggia; la radio di bordo diffondeva larga musica per archi, con sonorità variabile, secondo come le onde-radio provenienti dal 'ripetitore' di Erice investivano l'antenna issata sulla poppa dell'autovettura, se di faccia cioè o di taglio; ed era in sostanza un'audizione men che mediocre e ben lontana da quella di Roma, dove, da qualunque rione della città e sotto qualsivoglia angolazione, si sente finanche il fruscio della pagina che lo speaker ha girato, e Percy Faith e George Melacrino, che qui ora sono pieni si singulti una specie di aritmia come nello scassamento del cuore, quando il cuore è quasi partito, riempiono viceversa pienamente, fiumi possenti di note, quello di là, il Lucio, per intenderci, delle scorribande romane sulle strade che si chiamano Nomentana, Tuscolana, Labicana, nomi larghi e pieni.
Ultimo metro della città, ultimi cento centimetri del pianterreno, tra squallide case grigie e orli marroni di polvere fangosa a ridosso dei marciapiedi, ed ecco apparire il cartello 'Casa Santa – Frazione di Erice' e subito la strada inflettersi, la via Argenteria, e su per la salitella quasi un decollo, certamente uno staccarsi sia pur di poco dal lago ghiacciato. Percorsi duecento metri c'è il bivio: a destra si vede subito che si ridiscenderebbe per ripiombare laggiù, giammai!, e senza esitazione il nostro imboccava la branca sinistra, saliva dolcemente di quota e, rallentando a godersi il panorama, vide là in fondo dall'alto – a quanto saremo, a venti metri d'altezza?, non importa è come se fossero duemila quattromila ottomila il tetto del mondo, le cime vergini dalle quali si contempla con distacco sublime – vedeva dunque laggiù la coltre di nuvole grigio-argento sporco; su un gradino inferiore marezzature di bianco violento e grigio azzurro; al rez-de-chaussée un fendente di luce perentoria a svelare Paceco: un solitario, altissimo caseggiato che chiamano 'Il grattacielo', eretto come il manico di una saliera al centro di un mucchio di bianche casette.
Pat richiamò dentro i cani arrabbiati; Lucio discese i gradini in mezzo alla minuscola pineta, e sedette sul comodo divano.
– “Che succede, Lucio non mi segui” fece Pat. “Non ti piacciono le mie ultime composizioni?”
– “No, non è questo: pensavo”.
– “Ache cosa pensavi?”
– “Niente… pensavo a questa nostra città”.
– “Non ti piace?”
– “Lo sai, è la mia città; come potrei…? Eppure, devi convenirne, è noioso abitarci. Ed è anche scomodo!”
– “Certo, certo… ascolta: io sono con la gente silenziosa – e ne conosco le passioni che ribollono…”
– “Oh, Pat, La Sicilia…”
– “Sst! … che ribollono – allo scirocco, vento di vendetta”.
– “Sorry, Pat… sì, è bella, però…”
– “Però cosa?”
– “Non riesco a seguirti. Ho una certa idea per la testa… un'idea per
uscirmene… per andarmene da qui”.
– “Andartene dove?”
– “ARoma. Lì starei anche morto!”
– “Bada, Lucio: qui sei conosciuto, hai avuto successo, lavori bene. Non credere che sia facile ripetere l'impresa altrove… hai famiglia… bada”.
– “Guarda, guarda l'americano, l'uomo dalle mille avventure. Pat, sei diventato giudizioso? Pat the Prudent!”
– “Va bene. Dimmi allora come faresti”.
– “Si potrebbe tentare un colpo alla banca”.
– “Eh?”
– “Di' la verità, Pat, il tuo pragmatismo ti consentirebbe di rubare?”
– “Why the devil?”
– “Magari soltanto… ascolta, barare al giuoco?”
– “Ormai devi dirmi. Devi!”
– “E io te lo dico”. E gli fa un discorso lungo così sul quando e sul come e soprattutto sul quanto – quarantacinquantasessanta milioni, quanto vogliamo insomma.
Dubita e cogita, dunque ci sta. Nemmeno per un momento ha pensato ad uno scherzo: vuoi vedere che accarezzava anche lui da tempo? Ci sta, ci sta; sì una macchinetta che funziona così e così, ci sta ci sta, roba elettronica magnetizziamo la pallina ed è fatta, se non ci stai devi solo dimenticare, da bravo amico, quanto ti ho detto e troverò un altro partner; metà ciascuno o anche due terzi a te non ho problemi (ci sta, ci sta, ti dico).
Vittoria; poi dice i medici; anche i poeti, per questo. Insomma il poeta ci stava.

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