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"Perciò era necessario ricorrere alle fontanelle per fornirsi almeno dell’acqua potabile. . . . Ma, a poco a poco, questa avvilente necessità era diventata, per bizzarro che possa sembrare, una questione non priva di piacevolezza. La necessità era diventata usanza; si era data una certa impronta stilistica collocandosi tra i fatti di costume; infine aveva acquistato una certa qual solennità diventando cerimonia: Insomma, aveva una sua validità storica, era « Il Riempimiento. ». Lucio e l'acqua - Domenica del Corriere - 1969
Salvatore Laneri
LA PAOLA IN AZIONE
ed. Sicilia Punto L - 2019

Questo studio ricostruisce la parabola storica dell'Antigruppo siciliano attraverso il doppio filtro della produzione letteraria e della pratica culturale. La poiesis e la praxis risultano infatti talmente connesse nelle vicende Antigruppo da suggerire i metri di giudizio utili a un esame critico che di questo fenomeno prenda in considerazione, oltre al carattere prettamente letterario, anche quello politico.
pag. 135
3.4. Due esempi di scrittura populista: Franco Di Marco e Danilo Dolci
Mettere in dubbio la dogmaticità di una rappresentazione omologante vorrà dire concentrarsi sull’esile ombra di un cipresso che spezza un immenso paesaggio interamente illuminato dal sole: far emergere il differente, affermare il negativo.
«Ed ecco perciò l’importanza della comunicazione diretta da parte dell’artista che scende in piazza per essere popolo che parla al popolo di fatti che riguardano il popolo e non di cose imposte dal centro e dai più bravi»(112) come per esempio fa il medico Franco Di Marco (Custonaci 1932-Erice 2003)
quando, nell’incipit del racconto Lucio e l’acqua, illustra lo stato dell’acqua corrente e della sua distribuzione nella città di Trapani:
[…] quando i Trapanesi aprono il rubinetto si dànno due possibilità:
a) un cupo sciabordio, simile alla rincorsa pre-catartica di un vecchio fumatore, rimprovera al credulo contribuente di aver fatto male i suoi calcoli perché «non è giornata d’acqua»;
b) un gracile flusso, se sono viceversa il giorno e l’ora giusti, viene giù, non sapresti dir se bianco sporco o grigio sbiadito. Diciamo sporcastro.
Non si può tuttavia dire quale sia l’evenienza più malaugurata, dal momento che il liquido è lontano dalla potabilità almeno quanto l’acido fenico ed è teoricamente utilizzabile per grossolane lavature soltanto dopo decantazione, filtrazione, distillazione e giusta salatura. Oltre che cattiva, la liquidità è scarsa ed ipotesa, sicché occorrono due pompe, l’una autoadescante (tipico esempio di narcisismo cibernetico!) per succhiarla dalle viscere
della strada e cacciarla nei cisternoni al pianterreno delle case; l’altra, che si chiama semplicemente marelli, per portarla ai piani superiori.
La conduttura decorre parallelamente alla cloaca e, a tratti, vi si immerge. Poiché l’erogazione è discontinua, al cadere della pressione endovasale si crea un formidabile risucchio, sicché il liquor di fogna migra dentro il tubo dell’acqua con tutti i bacilli dissenterici e paradissenterici, le salmonelle, gli enterococchi, l’ammoniaca e l’acido solfidrico. (113)
Nel racconto del medico trapanese la denuncia dei disservizi idrici assume la propria dimensione letteraria in una descrizione del quotidiano che, orientando l’osservazione sociale nella direzione della neutralità medico-scientifica, può di fatto rinunciare al tono apertamente polemico.
L’illustrazione del degrado collettivo non esige il ricorso a un linguaggio protestatario in ragione del semplice fatto che la rivendicazione sociale è intrinseca all’operazione documentaria in sé: un medico non ha bisogno di manifestare la propria indignazione deontologica nei confronti di un disastro igienico-sanitario e perciò la sua protesta avrà luogo nella semplice adesione alla pura realtà, rielaborata attraverso la lente di quelle competenze scientifiche che legittimano la sua stessa emergenza.
L’operazione di Franco Di Marco risulta vincente dal momento che essa non si risolve nel tecnicismo astruso, ma al contrario rende accessibile quel lessico scientifico di base in grado di attribuire un nome ai pericoli incombenti. In fondo, dare un nome alle cose vuol dire consegnare gli adeguati strumenti lessicali a colui il quale non ha alcuna familiarità con uno specifico linguaggio tecnico: significa dare voce al popolo che ne è privo, permettendogli così di raccontare la propria vita, malgrado essa sia «troppo intrecciata»:(114)
Le cose le so a mente,
sto imparando che un uomo è come un altro.
Quando non praticavo con la gente
mi vergognavo se parlavo a uno,
invece di guardarlo nella faccia
guardavo per terra,
e se uno passava – non sapendo
se dovevo o no salutare –
mi allontanavo dalla strada.
Non facevo domande
perché mi vergognavo e manco davo
risposte: non sapevo
se era giusta o sbagliata la parola.
Adesso praticando gli studenti
qualche parola la piglio
ma mi emoziono e perdo le parole
non so sempre le parole italiane.
Ora non mi sento tanto esperto
non so portare discussioni a fine
ma mi sento più forte di cervello.
Prima con te, con voi
alle riunioni non parlavo mai
anche se cose storte ne vedevo:
non pensavo di essere creduto
a dirle, pensavo
di starmene al mio posto a continuare
quanto dovevo fare, temevo mi sfottevano,
temevo mi dicevano
che ero un pezzo di cretino, e tacevo.
In questi versi di Danilo Dolci c’è il senso di un progetto sociale e letterario atto a scardinare la subordinazione della parola negata ai più. In questo senso, l’operazione del sociologo triestino è speculare a quella del medico trapanese: se Di Marco provvede a un abbassamento del lessico scientifico nell'ambito della quotidianità urbana, Dolci esegue un elevazione letteraria dell’italiano regionale, del quale sono registrati alcuni caratteri specifici: la dislocazione a sinistra del complemento oggetto con ripresa pronominale («Le cose le so a mente», «qualche parola la piglio»), la dislocazione a destra del soggetto («era giusta o sbagliata la parola»), l’uso dell’indicativo al posto del congiuntivo nelle subordinate completive
(«non sapevo / se era giusta o sbagliata la parola», «temevo mi sfottevano / temevo mi dicevano»), l’uso intransitivo di verbi transitivi («quando non praticavo con la gente»), il ricorso al lessico familiare («manco» per “nemmeno”, “neanche”) e al calco dal siciliano («non mi sento tanto esperto», «ero un pezzo di cretino»).
NOTE
(112) C. Cane, La memoria collettiva, 1987
(113) F. Di Marco, Lucio e l’acqua, Antigruppo 73, vol. I
(114) D. Dolci, La mia vita è troppo intrecciata, Antigruppo 73, vol. I, p. 71.
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