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POLEMICHE CULTURALI

L'itinerario dei Misteri
il Club: La famiglia trapanese di Palermo

L'itinerario dei "Misteri": l'altra campana
Il Corriere  - anni 1, n. 11, 10 Maggio 1977

LA POSTA
Riceviamo e pubblichiamo

 
Egregio Direttore, la stampa locale-regionale ha unanima­mente criticato il nuovo itinerario della Processione dei Mi­steri, e a questa unanimità non è mancato il conforto del Suo giovane ma già autorevole giornale. Il dissenso è stato, oltre che unanime, analiticamente completo. Voglio dire che, a sen­tir la Stampa, nulla di buono e di positivo l'innovazione avreb­be recato, e di contro inconvenienti, taluni seccanti, taluni altri anche preoccupanti, qualcuno addirittura angoscioso. Tutto al negativo. Negativa l'eccessiva lunghezza del percorso, negativa la stanchezza che ne è derivata ai portatori, negativa la maggiore spesa, negativa la nuova cornice al carteo: il ce­mento dei palazzi; negativa soprattutto — m'è parso di capire — la contrazione delle vendite nei negozi del centro storico.
Se è vero che «contraria contrariis curantur», si potrebbe dunque piantar alberi sul prolungamento Fardella, oppure accorciare Trapani, magari ribattezzandola Trani; ovvero far procedere Gruppi dentro il cimitero, unica zona verde della città. O anche piazzarli — immobili — per 24 ore tra via Cu­ba, Crociferi e Santopadre, dotando i negozi prospicienti di fosforescenti cartelli «opened night and day». O infine, pana­cea sovrana, non far uscire affatto la Processione dei Misteri: lunghezza, stanchezza e spese ridotte a zero; ovvio non luogo a procedere sulla questione cementizia.
Capisco che con questa storia dei contrari, facciamo a manichei e giustiniani e non mi par giusto; e tuttavia almeno mi consenta di dar ascolto al consiglio degli avi: «Quando il dissenso o il consenso sono unanimi, è meglio dubitare». Cosa che ho fatto. E un semplicissimo ragionamento mi ha portato a concludere che ci sono negozi anche nella Trapani «nuova» e perciò caso mai il guadagno si sarà ripartito diversamente e non c'è stata perdita globale. E questo mi ha riempito di tristezza; non la ripartizione — ché non possiedo negozi in nessuna parte della città — ma il constatare che su questi «problemi» si pretenderebbe basare la questione. Ma era una tristezza soltanto fuggevole, epidermica come oggi si dice; pro­pendevo decisamente e come sempre per l'archiviazione. «Ma chi nn'ha ffari?», mi dicevo, da buon trapanese. E c'era lo scirocco, Lei mi comprende; quello che tutti ci insudora ci stracuore ci ottunde ci soporizza ci scarica, ci inclina all'archi­viazione sistematica, in una parola ci intràpana ci drepanizza: chi nn'ha ffari.
Casualmente mi accorsi di non essere il solo a cui il nuovo itinerario non aveva creato angosce. Poi, avendo chiesto in giro, mi resi conto, caro Direttore, che solo i giornali erano d'accordo nel dissenso. E invece centinaia e presumo migliaia di cittadini avevano come me trovato positiva l'innovazione; soltanto non avevano avuto possibilità di scriverlo. Parecchi notavano che è vero sì che la sacra sfilata acquista un suo inimitabile fulgore nelle viuzze, ma che tuttavia è anche umano che alcuna centinaia di migliaia di persone materialmente in queste viuzze non c'entrano più, e per le persone anziane quello che è scomodo — lo star pigiati dà dentro, pressati anche da un impossibile traffico automobilistico nelle adia­cenze — può diventare proibitivo. E invece se li sono visti, magari infilati dentro la macchina del figlio, proprio davanti palazzo Venuti e non hanno badato che c'era il cemento «fuo­ri», perché guardavano «dentro», dritto a quelle figure inquie­tanti procedenti-danzanti-retrocedenti, segnate dal dramma della «Passione» e insomma del cemento, prima che la Stampa ne parlasse, non si era accorto nessuno.
Altri m'hanno detto poi che finalmente quest'anno si è potuto circolare in qualche modo. Direttore, se non si prov­vede all'unica cosa sensata: vietare la circolazione delle Mac­chine private dal Dazio verso ovest, comprese le parallele a via Fardella e la litoranea (se lo sentirebbe di proporlo, Diret­tore?), dobbiamo convenire che per consentire a tutti di assi­stere bisogna mantenere il percorso più diluito.
C'è poi il motivo — come dire? campanilistico. Non sarà un sentimento, del quale andare fieri, ma pare che sia diffuso. Chi abita, cioè, nella Trapani «nuova» si domanda: «Ma per­ché una manifestazione che è del popolo — perché tutto il popolo vi partecipa, anche in termini finanziari — deve essere riservata alla gente del cosiddetto centro storico?». Ora, caro Direttore, ci rendiamo tutti conto che la tradizione ha il suo peso enorme, e che anche è Meglio che il popolo vada alla Processione, piuttosto che questa venga ad esso; ma poiché, a detta di tanti, i Misteri che ti passano sotto casa sono un' altra cosa, è veramente difficile resistere alla logica di questa cosi elementare argomentazione. Che potrà anche non essere stilé, non essere altruistica e magnanima, ma ignobile non mi pare che sia. Del resto l'alternativa non è «solo qui o solo lì»: si tratta di accontentare un numero maggiore di cittadini, stavo per dire di «contribuenti». (E qui bisogna subito ch'io dichiari che abito nella parte alta di Raganzili; da me i Misteri comunque non arrivano; e tuttavia a questi di Trapani nuova non mi sento di dare tutti i torti).
C'è poi la questione del cemento. Beh, almeno per un motivo di coerenza stilistica, l'«incementamento» dei Misteri mi è sembrato del tutto in tema, assolutamente consono; 1' operazione allunga-Misteri in sostanza mi è apparsa — come oggi si dice — un «calarli nella realtà». E la nostra realtà non contempla, ahimé, che cemento: squallido, sono d'accordo. Ma di questo squallore dovremmo vergognarci semmai; di avere forsennatamente scannato gli alberi. C'è una piazzetta a rione Palma — qual nome profetico! Al centro c'era appunto una palma. Non dava fastidio a nessuno, occupava solo pochi metri quadrati al centro, gli edifici attorno erano tutti co­struiti: faceva solo ombra. Nemmeno quindi c'era l'alibi del doverne ricavare terreno a edificarci. E' stata sradicata. In questa nostra sventurata città, dove abbiamo osato costruire una banca sulle rovine dell'unico teatro, questo rimane il nostro emblema, il nostro costume, la nostra cultura, la no­stra storia: questo rispettare solo i morti con l'unico verde che c'è quello del Cimitero. Perciò cemento emblematico, tragitto emblematico, e i Misteri emblematicamente dentro.
E cosi, caro Direttore, questa mia lettera è andata anche al di là del tema e man mano la mia tristezza andava acqui­stando corpo e profondità. Perché siamo partiti dai Misteri — da questa inquietante e incredibile fusione di sacro e di profano, di misticismo e di spettacolo, di dolore e di allegria, da questa cosa veramente strana — e non trovo aggettivo più calzante, al momento — questa manifestazione appunto miste­riosa che sono i Misteri, per arrivare alla città che li ha gene­rati. Perché continuando, come dicevo, col semplice ragiona­mento sono approdato ad altre tristezze. E di tristezza in tri­stezza m'è successo come a Sciascia per «II Contesto» (natu­ralmente non mi si creda rimbambito al punto da paragonare queste povere righe a quell'Opera e a quell'Autore; ma i sen­timenti si, quelli ho il diritto di nutrire non meno degli altri). E dunque mi è accaduto come a lui, che «ho cominciato a scriverla, (questa lettera) con divertimento, e l'ho finita che non mi divertivo piú».
Grazie e auguri per i1 «Corriere».

FRANCO DI MARCO

IL Club - La "famiglia" trapanese di Palermo
Trapani Nuova - 2 Dicembre 1969
 
Il sodalizio ha un anno di età ed è già adulto - Un esempio di  dinamismo ed efficienza che dovrebbe far riflettere noi della madrepatria - E'  tempo di cambiare il detto: «Trapanese uno ogni paese / e dove non ce n'è / meglio è»
 
Mi era accaduto di notare — tra i numerosi flaches di artisti e di atleti della palla rotonda, che Randazzo espone nella vetrina delle attualità — una lucida foto raffigurante la consegna di non so che premio. E la didascalia parlava di una certa «Famiglia trapanese». Incuriosito, mi ero soffermato un momento, ma ero stato presto costretto a sgombrare dalla folla dei giovani che, incalzando alle spalle, voleva ammirare l'ultimo volo del portiere rosanero in occasione dell'ennesima rete subita.
L'improvvisa curiosità, seppellita presto sotto quella svagata noncuranza che coglie un po' tutti noi provinciali, confessiamolo, quando ci facciamo un pomeriggio di sabato nella «Capitale dell'isola» (e travolta poi dall'imperioso invito della moglie: per favore, caro, un momento qui, alla vetrina del Fuso d'oro e poi più giù da Harper) si risvegliò quando l'amico Sammartano, valdericino di Palermo, mi invitò al Club.
Eccomi, dunque, seduto in poltrona con Michele, la gentile signora Teresa e questo diavolo di Presidente, avvocato Benedetto Giubilato, che mi spiega che cosa sia riuscito a organizzare il Sodalizio in un solo anno di attività. Senti un po':
Ben dieci mostre d'arte figurative di artisti contemporanei; mostre fotografiche a soggetto (per esempio: «aspetti del paesaggio trapanese»); tavole rotonde e dibattiti (come il 3 ottobre scorso, sull'aumento del costo della vita; che si è meritata una nota radiofonica del «Gazzettino di Sicilia» e una del «Giornale di Sicilia»). La «Collettiva di grafica» organizzata dal Sodalizio nel giugno scorso, ha avuto, tra l'altro, il merito di rivelare Mercadante, allora oscuro pittore di Castellammare e ora pennello sicuramente quotato (perché c'è nello statuto del Club, ed è uno dei pilastri programmatici, la valorizzazione di giovani artisti trapanesi).
E ancora la «Stanza del libro», dedicata alla cultura siciliana, tenuta il 19 settembre, con la presentazione, tra le altre opere, del Pinocchio in siciliano, ridere quella triste platea; il «Pupu di lignu» di Giuseppe Ganci Battaglia (vedi trafiletto su «l'Ora» del 20 ottobre). E concorsi poesia ed è il caso di dire eccetera eccetera.
Se, però, pensi a gente dall'aspetto severo e dagli interessi esclusivamente, come dice, impegnati, ti sbagli. Perché dopo la stanzetta del Presidente e attraverso un disimpegno affrescato mica male da una concorrente durante una estemporanea di pittura, si penetra in un vasto salone con pianoforte in un angolo e giradischi stereofonico nascosto chissà dove e già in funzione e ragazzi e ragazze di quelli che ti fanno sentire vecchio o giovane secondo come la giri.
 
C'è poi, da considerare che questa «Famiglia trapanese» ha una sua filodrammatica che ha portato «I civitoti in pretura» al Centro di Rieducazione dei Minorenni di Palermo e il socio avvocato Goffredo D'Andrea con i suoi giuochi di prestigio ha fatto sorridere quella triste platea; si comprende allora perché Giovanni Campolmi, in una nota del «Gazzettino» del 14 giugno, ha parlato di «dinamici dirigenti» e di «centro di attività artistiche, culturali, ricreative» (e io aggiungerei «sociali»).
Vi sembro troppo entusiasta? Ma voi non siete ancora stati in Via Carducci numero tre — a Palermo, beninteso —; fateci una capatina, uno di questi pomeriggi, tra una vetrina e  l'altra. Sono sicuro che vi faranno buona cera.
Sia lode a Benedetto Giubilato, ai dirigenti e ai soci: a me importava, in fon-do, dimostrare il mio assunto di sempre; qui, sulla falce piatta, lo scirocco ci affonda in una pigrizia senza fine; ma, quando usciamo, spesso ci sappiamo fare.
 
FRANCO DI MARCO   

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