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Gaetano Cipolla
Giovanni Meli: Moral Fables and Other Poems
Legas, New York, 1996

 Annali d’Italianistica, volume 15, 1997,  pagg. 413-414

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Recensione

La letteratura sta oggi attraversando uno di quei momenti — felici, dico io — di cui è del resto punteggiata la sua storia, momenti nei quali al dialetto, il più delle volte relegato in un umiliante ruolo subalterno alla lingua, viene riconosciuta un’assoluta parità di dignità letteraria. se non addirittura una chiara superiorità (vedi lo stesso Dante, Teofilo Folengo, Gadda e, ai nostri giorni, Pasolini). In quest’ottica Andrea Zanzotto liquida la lingua diventata ormai amorfa, pidocchiosa di cascami videoburocratici, mentre per Ernesto Calzavara queste del dialetto sono parole di legno dure, durevoli, scolpite, a fronte di quelle estenuate della lingua. Del tutto tempestiva appare, quindi, la nuova pubblicazione di Gaetano Cipolla, le Favole morali e altre poesie di Giovanni Meli tradotte in inglese.

Ma il libro di Cipolla non h solo il lavoro del docente universitario in linea con i tempi per dovere professionale, è bensì figlio del costante impegno di un siciliano ancora innamorato della sua terra, che instancabilmente promuove oltre Atlantico la cultura italiana e in particolare quella siciliana. Gaetano Cipolla e autore di saggi su Dante, Petrarca, Tasso, Pirandello, Calvino, e ora Giovanni Meli; è direttore di Arba Sicula, rivista letteraria bilingue (inglese/siciliano) e attivissimo organizzatore di incontri tra personaggi delle due culture.La Sicilia e l’ Italia gli debbono molto di più dei pur prestigiosissimi awards tributatigli: Premio Telamone di Agrigento 1993, Trinacria d’Argento (Londra 1995).

Le traduzioni sono molto accurate: le assonanze — frequenti nel testo siciliano, opportunamente tenuto a fronte — sono spesso conservate nella versione inglese, mentre lo sono sempre le rime baciate al termine di ogni ottava. Ottenere ciò sarebbe stata impresa comunque difficile anche per un autore di madre lingua inglese: Cipolla c’è riuscito con la sua sapienza, la sua sensibilità poetica e I’assoluta padronanza della lingua di Shakespeare che da tempo ha dimostrato di possedere.

Di notevole importanza il saggio d’apertura. Lo studio di Meli e del periodo storico in cui il poeta si muove è anch’esso approfondito e ben lontano dalla frettolosità con la quale alcuni critici, anche importanti, del passato si erano accostati al poeta siciliano. Ne erano scaturiti giudizi contrastanti, talora diametralmente opposti: da Natalino Sapegno, che considerava Meli il maggior poeta dialettale del tempo e uno dei maggiori in assoluto nell’ambito del gusto arcadico, ad altri che lo trattarono con sufficienza ponendolo nella cosiddetta letteratura minore, per finire a coloro i quali avevano chiuso ampie trattazioni del Settecento senza neppure nominarlo. Quasi nessuno, poi, sembrava disposto a farne uscire I’opera dai confini dell’Arcadia (uno dei pochissimi è Renato Bertacchini, che cosi sinteticamente e felicemente si è espresso su Meli: a un sincero senso della natura rinvigorito da persuasioni illuministiche e russoviane univa notevoli interessi di rinnovamento sociale). Cipolla sostiene che il Meli va oltre i confini dell’Arcadia, perche non solo caldeggia il ritorno alla semplicità della Natura, madre saggia, benevola e provvida, ma si fa anche cantore delle innate qualità dell’Uomo, che per natura tende a ciò che è buono. E svela altre frecce nell’arco del poeta siciliano: c’è un Meli favolista di dimensioni europee, che non solo può competere con il più celebrateLa Fontaine, ma, a parere di Cipolla, Biondolillo e altri, lo supera per potenza inventiva e immaginativa. E ancora, inLa Fontainela morale diventa talora una sorta di formulazione intellettuale al di fuori della favola, nelle “Favuli Morali” nessun dettaglio è mai superfluo e la lezione morale balza fuori dagli eventi cosi come essi si rivelano nella favola.

Accurata l’analisi dell’impegno politico. II Meli viene ancor oggi considerato un conservatore; Cipolla sottolinea come più di un terzo delle ottantanove favole si occupi di problemi politici e sociali del popolo siciliano, auspicando giustizia sociale, equità economica, cessazione degli abusi dei ricchi sulle classi più disagiate.

Ne si può, sostiene giustamente Cipolla, dare un giudizio politico su Meli senza inquadrarlo nel tempo e nello spazio. cioèla Siciliadella seconda metà del Settecento. La quale sorprendentemente appare non più un’isola retrograda completamente tagliata fuori dalla civilizzazione — come anche Giovanni Gentile credeva — ma, per merito di un gruppo di intellettuali, aperta alla ventata rinnovatrice dell’Illuminismo.

Ma non all’uragano! E, infatti. La Rivoluzione Francesein Sicilia non fu accettata nemmeno dagli intellettuali, che la videro soltanto come un intollerabile bagno di sangue. (E qui il vostro recensore, d’accordo con autori come De Bernardi, sommessamente osserva che non solo in Sicilia ma nell’intera penisola, le idee dell’Illuminismo ebbero effetti meno dirompenti; per esempio la polemica contro la Chiesanon fu iconoclasta come in Francia: in Italia era più profondo il senso religioso e c’era un passato — magari un po’ remoto, quello rinascimentale — obiettivamente glorioso). Ma torniamo a Cipolla, che ne fa risalire il motivo a una certa ostilità verso i Francesi, forse una ruggine che veniva dal ricordo dei Vespri, ma più ancora al mito di una nazione siciliana e a una mal posta fiducia dei Siciliani in una monarchia illuminata che prima o poi avrebbe spontaneamente concesso le riforme agognate; e per un momento, col viceré Domenico Caracciolo, il sogno era sembrato avverarsi. L’ intellettuale siciliano di quel tempo aveva i piedi ben piantati per terra e faceva affidamento sulla storia. E dire che in quella congiuntura — esclama con rammarico Cipolla — pochi visionari avrebbero potuto cambiare il corso degli eventi siciliani! Questa dicotomia siciliana tra spinte illuministe-progressiste e atteggiamento scettico-conservatore trova mirabile sintesi letteraria nel Don Chisciotti e Sanciu Panza, opera che meglio di ogni altra riflette la personalità dell’Autore e i conflitti del suo tempo. E dire che era stata superficialmente vista come un’imitazione del capolavoro di Cervantes, come se Meli stesso non fosse conscio, proponendo il confronto della sua opera con uno del massimi capolavori in assoluto, di andare incontro a un suicidio letterario. I due lavori debbono essere, invece, considerati due differenti manifestazioni dello stesso archetipo: Meli ha diversamente bilanciato i due personaggi dando maggior enfasi a Sanciu, che non solo conquista un posto nel titolo, ma diventa la metà dominante della coppia. Cavaliere e scudiero sono inoltre progettati in modo che c’è un po’ di Sanciu in Don Chisciotti e viceversa. In Don Chisciotti — continua Cipolla — Meli proiettò i suoi desideri di giustizia umana, di libertà e di più equa distribuzione della ricchezza tra le genti del mondo. Ma, allo stesso tempo, questi desideri dovevano essere rappresentati come sogni di un pazzo delirante. Sanciu Panza, d’altro canto, rappresentò 1′ atteggiamento scettico dello stesso Meli verso il delirio di Don Chisciotti. II poema diventa cosi una metafora di Meli e dell’intera Sicilia settecentesca (e ahimè, di tempi più recenti), sempre oscillante tra idealismo e realismo, tra sogni di progresso e scetticismo. Ciò considerato, Meli non fu se non un uomo del suo tempo.

Franco Di Marco, Libera Università di Trapani

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