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"Perciò era necessario ricorrere alle fontanelle per fornirsi almeno dell’acqua potabile. . . . Ma, a poco a poco, questa avvilente necessità era diventata, per bizzarro che possa sembrare, una questione non priva di piacevolezza. La necessità era diventata usanza; si era data una certa impronta stilistica collocandosi tra i fatti di costume; infine aveva acquistato una certa qual solennità diventando cerimonia: Insomma, aveva una sua validità storica, era « Il Riempimiento. ». Lucio e l'acqua - Domenica del Corriere - 1969
Nat, la Siclia e altri luoghi
Trapani Nuova, mercoledì 22 Marzo 1989

Nat Scammacca, invitato negli Stati Uniti a tenere una serie di conferenze sul mondo letterato siciliano, ha proposto me per sostituirlo alla guida momentanea di questa terza pagina e i responsabili del Giornale hanno dato il loro assenso. Lusingato, ringrazio l’uno e gli altri e chiedo la comprensione di tutti se, non avendo la vulcanica testa di Scammacca, né la sua lunghissima esperienza letteraria e giornalistica, la pagina non potrà non risentirne. Per (vostra) fortuna si tratta di pochi numeri. Intanto approfitto dell’uscita del nuovo libro di Scammacca “Sikano l’Amerikano
per tentare un’indagine longitudinale sull’Autore. Alle mie limitate capacità, si aggiunge l’inconveniente della fretta: scrivo di getto, giustamente pressato dal Direttore e dal Proto, preoccupati che faccia saltare loro i tempi editoriali. Beh, come si dice, siamo qui!
FRANCO DI MARCO
Il mio primo incontro con Nat Scammacca avvenne circa quarant’anni fa. Andammo a far visita ai Di Giorgio per conoscerlo, ma fu per me, debbo confessarlo, un’autentica delusione: invece di quei formidabili calzoni larghi trentacinque centimetri, che forse allora potevano anche sembrare un po’ goffi ma per me rappresentavano la potenza e la ricchezza, l’Americano si presentò vestito normale. Non ci fu, praticamente, conversazione, solo slavati sorrisi, qualche cenno e rarissimi monosillabi. A quel tempo mi sembrò naturale che d’italiano non spiccicasse parola ma, a ben pensarci, non fu propriamente per quello. Veniva, infatti, a perfezionare, il suo italiano all’Università per gli stranieri di Perugia: no, decisamente non mi ritenne meritevole di una conversazione con lui: non gli avrò fatto una grande impressione.
Beh, quand’è per questo, nemmeno lui a me. Non fumavo, allora, ma ero prepotentemente attratto dalle sigarette americane. Fin dall’arrivo delle truppe alleate, quando me ne procuravo, le passavo a mio zio, ma prima le odoravo ben bene perché sprigionavano un delizioso odore di cioccolato. Che dico le odoravo, quasi me le sniffavo! Ma non era un’odorata di tabacco, era un poderoso odosniffo di cioccolato del quale da anni, a causa della guerra, avevo finanche perduto il ricordo visivo ma non quello olfattivo.
E venne fatalmente il momento tanto atteso in cui gli americani degli anni 50 usavano cavar di tasca le sigarette e offrirle ai presenti: “Tiè cà, paisà, smoke”. Ma quelle che Nat Scammacca fece il gesto di offrirmi quel giorno erano “Nazionali”: semplici, dozzinali, altro che sciocolèit, nazionali senza-filtro. Convenni che in fondo i parenti facevano bene a chiamarlo Ignazio.
Ma al Campo Nozzo, quell’estate, allestirono un campetto di pallacanestro estivo e Ignazio ridiventò Nat: giocava come un dio e aveva successo con le ragazze. Durante gli anni dell’università frequentai più Palermo che Trapani e rividi Nat solo occasionalmente, praticamente lo persi di vista. Tornai a
incontrarlo negli anni ’60: era una persona completamente diversa. Scriveva con accanimento su una specie di grosso registro: erano poesie. Non smise mai più.
“A lonely room” del 1966 è essenzialmente un’operazione lirica:
I feel wisker touches of air frisk through my room’s opened window to lick me raw, and curl over me as the sky’s thin blue steals silently before the eve’s black paw. Sento baffi d’aria agitarsi attraverso la finestra aperta della mia stanza, leccarmi freddo e avvolgersi su me mentre l’azzurro debole del cielo si ritira silenzioso davanti la nera zampa della sera.
In “Ombre di luce” del 1968 il puro rapimento lirico cede il passo ad un’introspezione più sofferta e meditata. Sogno e interpretazione psicoanalista, indagine sui grandi temi della filosofìa: gnosis, logica, metafisica:
Una volta Chuang-tzu/ sognò di essere/una
farfalla,/ svolazzava felice. Non sapeva/di
essere Chuang-tzu. / Improvvisamente si sve¬
gliò/ e fu di nuovo Chuang-tzu. / Io non so se
Chuang-tzu sognasse di essere una farfalla/ o
se io adesso sono una farfalla/che sogna di
essere Chuang-tzu.
Siamo ombre noventi di luce.
(...)
Nessun limite può essere sè stesso.
(...)
Allora qual è la sua identità?
È esso te o me,
è se stesso
o è soltanto niente:
estensione di una linea sognata?
Mi addormentai una volta
e dimenticai anche di dimenticare.
Non sognai una volta
soltanto mi fermai di essere e non ero.
Non posso fare ogni cosa
che penso:
(...)
non posso penetrare nella sedia
o in te — cambiare il mio io —
essere la sedia nella sedia
il tu che tu sei in te.
........ non posso nemmeno
sdoppiarmi a guardare me stesso.
Affiorano qua e là limpidissimi scorci lirici:
... come gocce scintillanti
diamanti di fontana
versati nella bocca della notte.
e, alla fine della silloge — quasi fuori tema rispetto alla maggioranza delle altre, ma assolutamente coerente con il costante impegno civile del Poeta — una composizione di prorompente passione e partecipazione e di assoluta bellezza:
“Per i piccoli figli di Dio”
Per tutti i frustati, le schiene lacerate
i dimenticati, i semplici, gli oppressi
i tanti senza voce, schiacciati nella città
nei campi, nelle navi da schiavi verso
l’inferno,
tutti i dimenticati nel tempo
tutti gli sconosciuti di ora e di sempre.
(...)
Dio li benedica!
Nel 1970 “Una possibile poetica per un Antigruppo“ mise veramente a soqquadro il mondo letterario. In 21 punti Scammacca sintetizzava il nuovo credo ideologico ed estetico. Sulla rivista letteraria “Il Ponte”, il critico Giuseppe Zagarrio scriveva: “(...) questi amici siciliani hanno il grosso merito di avere scosso la provincia isolana (...) inserendo quella lontana periferia nel più vasto Underground del contesto culturale nazionale, del quale alcuni dei 21 punti sono espressione pienamente significante”.
Con “Gleenle” del 1971 il poeta ritorna, come scrive nella prefazione Fiore Torrisi, «nel proprio mondo di percezioni intime, di sentimenti, di passioni»:
You are growing so indistinct
My heart breaks to see you slipping
From closeness. I want what i love warm
And despair at the edging coldness.
Così indistinte mi siete nella nebbia
che il cuore va in frantumi solo a
sentirvi scivolare lentamente
da questa selva di memoria...
voglio
calde le cose che amo. Dispero
quando il freddo si muove ad aggredirle.
(da Our baby forgets I am - trad. S. Calì).
“Bye Bye America” (edizione in italiano nel ’72 e in inglese nel 1986) è costituito da venti episodi-racconto. Il primo, “Che naso!”, senza toccare i toni surrealistici del “Naso di un notaio” di Edmond About né quelli del più celebre omonimo racconto di Gogol, ne sfiora certamente la viva freschezza e ne raggiunge gli scopi: ironizzare, in quel caso sull’ambiente della piccola borghesia moscovita, e qui «sulla nostra grande civiltà, l’ultima espressione del progresso umano sulla terra (un’arte appresa stando a contatto con la controllata civiltà anglosassone, sconosciuta nei paesi mediterranei).
Di “Trapani III pagina Antigruppo ’75”, appunto del 1975, edito dal nostro giornale, Nat Scammacca coglie l’occasione per dare spazio a tutti gli operatori dell’Antigruppo con tutte le loro liti (vedere disegno di copertina di Nicolò D’Alessandro) e ultima di copertina:
«(...) Mai l’Antigruppo è stato insieme — e diviso — come quando... ».
In “Nuove liriche” del 1977 si realizza il felicissimo incontro del poeta con un finissimo traduttore, Enzo Bonventre che, alla professionale conoscenza della lingua inglese, accoppia la sensibilità del poeta. Esemplare al riguardo:
LITTLE THINGS
I have not much to say And yet
I feel whole continents dragging me back In
small things.
The morning grass,
Wet
And old old things Like the green pump Its
metal dripping wet,
And me shivering whith fresh newness.
Surprised at little things.
PICCOLE COSE
Non ho molto da dire
Eppure
Sento che interi continenti mi tirano
Verso piccole cose.
L’erba mattutina
Bagnata
E cose vecchissime
In guisa di verde pompa
Il metallo fradicio di gocce,
Ed io che tremo
Di novità recente,
Assorto in piccole cose.
“Due Mondi”, romanzo del 1980. Meriterebbe l’intera III pagina. Il manoscritto era stato scelto dall’editore Bompiani per la pubblicazione, quando la Casa editrice fu venduta, passando al gruppo Fiat e non se ne fece più nulla. Il libro rimase sette anni nel cassetto, come lo stesso Cesare Zavattini ci dice nella prefazione. I due Mondi sono la Sicilia e l’America tra i quali il protagonista del romanzo, troppo scopertamente autobiografico, oscilla non risolvendo per una scelta definitiva, e ogni volta con strappi laceranti, fino a perdere la ragione. Potenti pagine descrivono l’allucinante atmosfera del manicomio di Creedmore, il precipitare nel coma indotto dall’insulina, il momento del risveglio... In copertina uno splendido doppio profilo — due mondi, appunto — dovuta alla mano sapiente di Nicolò D’Alessandro.
In “Schammachanat” del 1985, la maggioranza delle poesie sono un omaggio alla grecità della Sicilia e un canto d’amore del Poeta per l’Isola che egli mitizza fino a sognare:
un auriga da Sicania o Erice
che corre e vince
di nuovo l’isola a tre punte
con la sua bandiera alle Olimpiadi
a salutare gli Dei seduti in tribune alte.
Perché — e qui esplode il grido alto di Scammacca libertario:
Allora, uomini e donne siciliani liberi e [orgogliosi
la nostra nazione isola-casa come la vicina Malta
servi di nessuno
secondi a nessuno
servi né di Punì né di Romani
né di Italici né di Lombardi
né di uno Yankee o di un Russo
E questo profondo amore di Scammacca per la Sicilia che egli ha eletto a definitiva patria, sospintovi anche dal fatale ritrovamento di un’antica moneta dalla inquietante iscrizione — Schammachanat — trova il suo coronamento nella pubblicazione del libro di L.G. Pocock: The Sicilian origin of the Odyssey, nel 1986. Testo inglese e traduzione a fronte, numerose note in caratteri greci hanno sicuramente messo a dura prova la pazienza di Nat e di sua moglie Nina. La pubblicazione ha riscosso l’ammirazione del figlio di Pocock. Il giorno in cui l’ipotesi Pocock-Barrabini-Scammacca, che l’Odissea sia stata scritta da una principessa trapanese, dovesse riprendere quota, Trapanesi ed Ericini dovremo erigere un monumento a Nat Scammacca ancora vivente.
FRANCO DI MARCO
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