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"Perciò era necessario ricorrere alle fontanelle per fornirsi almeno dell’acqua potabile. . . . Ma, a poco a poco, questa avvilente necessità era diventata, per bizzarro che possa sembrare, una questione non priva di piacevolezza. La necessità era diventata usanza; si era data una certa impronta stilistica collocandosi tra i fatti di costume; infine aveva acquistato una certa qual solennità diventando cerimonia: Insomma, aveva una sua validità storica, era « Il Riempimiento. ». Lucio e l'acqua - Domenica del Corriere - 1969
PENSACI, TERMINELLI
Trapani Nuova, 12 Marzo 1974

Caro Nat, l'invulnerabilità di Terminelli rischiava di diventare mitica. Ma era soltanto il risultato di una spregiudicatezza contapposta al perbenismo di quelli contro cui si appuntano gli strali («serrati», lui dice: boh) della sua critica.
E' tempo che il nostro assaggi il «giuoco con le nuove regole».
Noi, «libellisti» possiamo anche essere; perbenisti no: se «cortiglio» ha da essere, cortiglio sia.
Amen.
F.D.M.
Caro Terminelli ora tocca a te permettermi dl intervenire sulla tua «Coda». non per cavarti dalle secche della confusione (e chi potrebbe riuscirci?), ma per tornare un momentino su Santo Calì. Certo, se vivesse ancora Calì avrebbe risposto lui, che dico non ci sarebbe stelo bisogno di alcuna risposta: allo prima sillaba della parola «qualunquismo», al «qua» avresti avvertito il bisogno Impellente di andare «di là». Onde la necessità per te dl sedere e dl soprassedere. Invece papà non c'è più e tu scrivi a «Quasi». E buon por te che Il trovi persone per bene, che parlano di una tua sintassi «avventurosa». A Me per tua disgrazia hanno invece insegnato a dire pane al pane. tranne In una circostanza: quando le condizioni del soggetto sono veramente gravi. Mi spiego: se quello ormai ha II fegato fuori uso, magari non glielo dico; tanto, beva o non beva, ormai non c’e' più rimedio. Ma se l’amico, forte del mio silenzio, si lancia in folli imprese commerciali a lunga scadenza, dilapidando il patrimonio e rischiando di lasciare la famiglia sul lastrico, o vuol fare a qualunque costo I’aviatore, allora il rimedio è peggiore del male: nell’interesse del terzi ho l’obbligo d'intervenire, di parlare, di chiarire. Per cui, costretto dalle circostanze - il tuo caso coinvolge altri – senza parole difficili, senza eufemismi e pletismi, ti dirò che la tua grammatica e la tua sintassi non sono avventurose, sono ASSENTI o, por adoperare termini più... terminelliani, assenteiste o assenteistiche o, per meglio dire, prive. potendo forse In maniera più pregnante essere definite fuorvianti dai gorghi concreti, insomma zero non ci sono non esistono. E ti dirò tante altro rose ancora.
In sostanza, Terminelli, tu critichi l'autore di «Un diavulu arreri ogni zappinu», presentandoti con la regola delle sette «i»: «… le ristagnanti lacrimevoli situazioni culturali neorealisti e piccoli borghesi» e, se era un telegramma le «i» diventavano otto e, a chiusura, ci sarebbe stato lo «stoppi» o il «punti» porchi misèri. E non mi dire che è una questione formale e quindi borghese, reazionaria e bla bla bla: caro Terminelli è una questione essenziale. Infatti, scrivendo come fai tu, che «Calì era fedelissimo di Domenico Tempio (che se lo trascinata ovunque, in tutte le manifestazioni della vita)...». le tua assoluta ignoranza della sintassi. capovolgendo soggetto e complemento oggetto, ti fa affermare una cosa obiettivamente impossibile, che cioè un morto si trascini un vivo. Te lo dico io; ti dico quello che sanno tutti eccetto te: dovevi scrivere «… che si trascinava dietro ecc. ecc.».
E per la grammatica mi fermo qui per carità di patria e tirannia di spazio: veniamo ora alla tua ideologia e alla tua prassi.
Calì avrebbe potuto vivere tranquillo con il suo stipendio e la sua proprietà e invece ruppe le scatole alla Sicilia delle cosche, pagando di persona con una serie di procedimenti penali a carico. Tu, intanto, che facevi? Dirigevi il traffico a Piazza Politeama. Calì toglieva il pane di bocca ai suoi figli per pubblicare libri su libri, dando ospitalità disinteressata ai tipi come te e come me, per condurre la sua battaglia, per contestare e contestare. Tu, intanto, che facevi? Constatavi contravvenzioni all’angolo di via mariano stabile quattro canteri di campagna, magari firmando lo straordinario.
La tua ideologia e la tua prassi. Tu dici che «Calì scriveva lettere a tutti letterati affermati d’Italia». Vuoi dire per tenerseli buoni, diciamo pure per «arruffianarseli»? Basterebbe a smentire questa tua colossale e indegna calunnia l’esplicita, pubblica, virulenta, micidiale, definitiva presa di posizione del povero Santo contro Sciascia. Per la Madonna, Terminelli, Calì scrisse e pubblicò – su un libro, capisci?, su un libro: domani questo numero di «Trapani Nuova» sarà nel cestino e amen, ma il libro resta – pubblicò una tal valanga di improperi contro Sciascia, che, al cospetto, quello che ti ho detto e quello che ho ancora da dirti, Terminelli, diventa una dichiarazione d’amore.
Quale fu invece la tua operazione critica contro quelli del «libellismo» e contro i «soliti volgarizzatori tra i fulcri delle due province di Trapani e Catania»? Privatamente te ne andasti a Bologna a tentare di fare arrabbiare Roversi dicendogli che «Trapani Nuova» era un giornale fascista, che Nat Scammacca era di destra e bla bla blà. Naturalmente dicendo, sussurrando, così, privatamente, mica scrivendo, pubblicando. Motivi di quaquaggine, Nat Scammacca Dio lo salvi essendo vegeto e vivo.
La settimana dopo andavi dallo stesso fascista Nat e dallo stesso fascista «Trapani Nuova» a farti pubblicare una delle tue solite insalitiche tiritere. E Nat, che pure sapeva della tua operazione emiliana, e «Trapani Nuova» che da anni ti aveva dato ospitalità, ti riservarono addirittura il paginone e, su tua richiesta, perché non rimanesse privo il tuo archivio per i posteri, ti fecero avere le dieci copie. Però, almeno in quella occasione – consentimi, Terminelli – meritavi calcinculo. Questo per dire quant’erano fascisti Nat e il giornale.
Tu dici che avesti modo di discutere con Calì «… lo stato di falsa coscienza nell’accettazione di molto materiale ideologico, e lui ti rispose come ti rispose, per indicare la virilità del pene». Ma che dici, Terminelli? Ti posso anche considerare sgrammaticato, ma stupido non sei di certo. Quale virilità del menga, non equivochiamo: Santo – mi paredi vederlo – contrasse il dimostrativo, tolse la copula, e chiaramente mostrandoti dove portava l’ombrello ti disse «’sto manico!», per significarti che a fare un’antologia «ristretta» come volevi tu non ci stava. Si, perché tu gli avevi proposto di togliere Franco Di Marco perché «chi è ‘sto Franco di Marco», di togliere Ignazio Apolloni perché chi è, di togliere «perché chi sono tutta ‘sta gente, meglio sfoltire il molto materiale e fare una specie di io mammete e tu, una sorta di triplice alleanza, diciamo un’antologia che poggia a tripode, onnio trino est perfecto: Pietro, Terminelli e Pietroterminelli». Sennonché braccio avambraccio e mano linguaglossesi ti indicarono perentoriamente bere o affogare, o insieme ai «nullavalenti» o niente. E tu, invece di mostrare a tua volta il tuo portaombrelli (ah, che occasione ha perduto, Pietro; Calì per quel gesto ti avrebbe abbracciato e avrebbe fatto tutto quello che volevi), lungi dal contrarre hai rilasciato i muscoli del collo. Ahimè, Terminelli, chinasti i rai fulminei e sissignore partecipasti. Posso anche concederti il beneficio della posticipità, della relatività, della limitatività, della decapaginità, ma è un fatto: partecipasti! E veniamo al tuo senso della realtà, alla tua chiaroveggenza politica. Tu dici «ora che lo spauracchio della destra neofascista è quasi eclissato …», (veramente piazzi anche una virgola dopo «neofascista», tra soggetto e predicato, ma ormai il capitolo sintassi è chiuso, quindi proseguiamo. Allora non è vero niente, ha ragione Almirante, non c’è il ben minimo pericolo. Ti rendi conto, Pietro, così diventi pericoloso? Sei peggio dei bollettini sanitari «il Papa migliora» e quello muore l’indomani, la situazione del colera ormai tranquilla, il sorriso ottimista di Rumor: sei da confutare, da combattere, da sradicare. Ora capisco come sia potuto colare a picco un intero partito politico di sinistra, il Psiup: c’erano nelle sue file teorici come te.
Purtroppo non ho ancora finito: c’è la questione del «Neorealismo». Mi permetterai di elencarti le benemerenze di chi tu sostieni avere «strumenti molto deboli».
Elio Vittorini mentre tu politeama e quattro canti:
1) Collaborò con Giansiro Ferrata ed alcuni numerosi clandestini dell’Unità
2) con Vasco Pratolini cercò di raggiungere clandestinamente i repubblicani antifascisti
3) scrisse «Conversazione in Sicilia» (al singolar, Terminelli: tu storpi finanche il titolo; ma il libro lo hai mai letto?), si «dentro il ventennio», ma non a favore di «quelli» del ventennio. Ebbe il coraggio allora di parlare di «astratti furori», quando gli altri osannavano al duce in groppa al suo cavallo bianco. E non era barone: era figlio di un ferroviere e autodidatta. Ma fu capace di acquistare tali mezzi espressivi da raggiungere la dolcezza di una farfalla e insieme il fragore di un tuono. Paragonarlo a te, Terminelli?; così tanto per celiare. il gillette doppia lama contro lo sbucciapatate. E tu confondi ancora in «ventennisti» con quelli che avendo la sventura di vivere in quel periodo combatterono il regime. E tra questi, Vittorini. Vittorini fu veramente «anti» quando esserlo era pericoloso per la salute; oggi come oggi che ci vuole ad essere anti? Si fa come te: si va e si fonda l’Antigruppo. (La cosa strana è che a sentir te, l’hai fondato tu con Scammacca; a sentir Certa, è stato lui e Scammacca; a sentire i Trapanesi, l’hanno fondato a Trapani; a sentire i Palermitano, è nato nella capitale. Basta, risulta meno nebulosa la fondazione di Roma. per quanto mi riguarda, se dovessero persistere dubbi, dichiaro solennemente e giuro, di non aver mai in vita mia fondato alcun antigruppo);
4) ancora Vittorini; il suo proclama fu: «Non più una cultura che consoli nelle sofferenze, ma una cultura che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini». Ti rendi conto, Terminelli, che questo significa il manifesto dell’ «impegno», il rovesciamento dell’estetica crociana e il trionfo del «contenuto» sulla «forma»?
E ti rendi conto che finalmente la Sicilia, il profondo sud ebbe, per la prima volta dopo Ciullo d’Alcamo, il suo spazio letterario? Fu l’unica volta che le porte della grande editoria si aprirono ai poveracci del Sud. E se il neorealismo si spense, non fu per debolezza dei contenuti, bensì per la ipertrofia dei contenuti stessi che finirono con l’autosoffocarsi. Si muore anche per eccesso di salute. Naturalmente «lo spazio letterario per la Sicilia» ci porta a Sciascia. Scammacca, Cremona e Petralia possono testimoniare sul fatto che, anni fa, dissociandomi dal coro unanime di elogi, mossi qualche critica a Sciascia su un numero della rivista «Anti» che non vide mai la luce. Allora si, ma ora che tutti lo criticano non mi sento di avallare una simile impostura. L’errore fondamentale sta nel considerare assioma universale una follia, che cioè Sciascia o qualunque altro scrittore possa ciecamente ubbidire a una disciplina, fosse anche quella del partito più impegnato, a giurare fedelmente «in verba magistri», fosse anche maestro Carlo Marx. E la polemica tra i «teorici» e lo scrittore è storicamente inevitabile e porta alla rottura. Così fu per Vittorini, così è stato per Sciascia. Certo Sciascia non poteva continuare a scrivere doppioni e a partecipare – questo solo e basta – alle veglie funebri nella valle del Belice. I limiti della tematica, i limiti geografici stessi – triangolo della mafia, salinai e zolfatari – diventano ben presto limiti artistici. Così emigrarono Pirandello e Brancati, Quasimodo e mille altri, che so?, quell’Addamo che tu tanto poco hai capito e tanto poco stimi. Così, sono certo, emigrerebbe anche Sciascia, solo che allora chissà quali altre spaventevoli minchionerie tu e altri come te direste di lui.
Ora magari mi dirai che questo è il punto di vista della critica di destra, e io ti dico – e così mi sento antigruppo – che se anche fosse vero vorrà dire che questa volta la critica di destra ha ragione.
Ecco, lì ti consiglierei di dissociarti, non dall’Antologia «Antigruppo» che costò la vita a Santo Calì. Dissociarti dai «teorici» e lasciar lavorare Sciascia, una delle poche voci siciliane che contano. Perché, guardiamoci negli occhi, Terminelli, e diciamocelo senza mezzi termini: io e te chi siamo? Che contiamo? Non mi ripetere, ti prego, la favoletta della grande editoria che non ti pubblica che non ci pubblica perché sei sono siamo «la spina piantata nel cuore dell’establishment». Cavolate: alibi per i nostri figli, i nostri amici, i nostri specchi. Chi sei, chi sono, Terminelli, codio chi siamo noi due: io che ti sto scannando e tu che mi scannerai al prossimo numero?
Ci hai pensato, Terminelli? Va’ e lascia stare Sciascia. Anzi per Sciascia fa’ come credi, chi se ne frega? Però sarebbe bene lasciare riposare in pace Calì: per l’«Antologia» noi possiamo anche divorarci ma poi in fin dei conti tu a scrivere multe e io lassativi, ma Santo, lo sai, ci lasciò la vita.
Ci hai pensato?
Pensaci, Terminelli.
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