top of page


"Perciò era necessario ricorrere alle fontanelle per fornirsi almeno dell’acqua potabile. . . . Ma, a poco a poco, questa avvilente necessità era diventata, per bizzarro che possa sembrare, una questione non priva di piacevolezza. La necessità era diventata usanza; si era data una certa impronta stilistica collocandosi tra i fatti di costume; infine aveva acquistato una certa qual solennità diventando cerimonia: Insomma, aveva una sua validità storica, era « Il Riempimiento. ». Lucio e l'acqua - Domenica del Corriere - 1969
Pini e fontane
Foglio d’Arte – Aprile 1975

Nell’ottobre 1974 Franco Spena, intellettuale con spiccata vocazione all’impegno militante di forte timbro propulsivo e innovativo, fa uscire a Caltanissetta la rivitsa "Il foglio d'arte", e ne è direttore per nove anni.
Questa esperienza gli consente di venire a contatto con l’ambiente artistico e letterario dell’isola e dell’Italia. In particolare accentua il suo interesse verso la sperimentazione e le avanguardie, orientando la sua ricerca nell’ambito della fenomenologia della Scrittura Visiva che inizia a praticare come artista aderendo alla Singlossia movimento ideato dal critico padovano Rossana Apicella.
Insieme con Francesco Carbone, Ignazio Apolloni, Michele Lambo, Salvatore Salamone e Andrea Vizzini organizza, negli anni ottanta, le mostre della Singlossia a Palermo, Trapani, Caltanissetta ed Enna.
Il foglio d'arte punta a travalicare i confini regionali, con un progetto ambizioso: collegarsi a esperienze presenti in Sicilia e fuori dell’isola, promuovere una linea politica di rinnovamento, coniugando analisi e proposta, in una prospettiva di confronto libero e plurale. Si forma così, attorno alla rivista, un gruppo di intellettuali che le sostiene, dando uno spessore non localistico e un respiro culturale ampio.
PINI E FONTANE
E tuttavia c’è sempre questo struggente desiderio di Roma. Si assopisce talvolta per un po’, quando d’estate questo mare… «Questo mare, quest’azzurro, soltanto qui lo trovi». Ma basta una contrarietà un giorno di scirocco il telefono che non funziona una buca dell’asfalto anche solo un po’ di malumore, e sorge inevitabile il paragone, inarrestabile il flusso delle imprecazioni, irresistibile il rammarico di non essere andati là dove chi è stato chiamato non ha esitato di andare.
Prendo dallo scaffale «I pini di Roma»; leggo le note sulla foderina del disco e mi catapulto su.
«Leggi, leggi qui».
E lei sbalordita, cantilenando: «Ottolino Respighi nacque nel 1879 a Bo…».
- «No» la interrompo, «non lì, più giù;, le ultime tre righe».
- «Mah… dunque: Respighi si spense nel 1936 a Roma, la città che più lo aveva ispirato e che più era stata spiritualmente vicina al suo cuore. Cosa, vuoi andare a spegnerti a Roma? ».
(Ha dunque capito che è il mio problema, anche se fa dello spirito).
- «Capisci», dico, «aveva girato il mondo. Aveva studiato in Russia. Era bolognese. Ma se ne andò a Roma, capisci ?, a Roma».
- «Ah, vuoi andare ad ispirarti a Roma. Ma se non consoci la musica e suoni canzonette a orecchio!»
- «Che c’entra? Non occorre essere musicisti per sentire il fascino di una città. E poi Roma… ».
- «Di nuovo questa storia di Roma. Mi avevi promesso che… ».
- «Va bene, non se ne parla più».
- «… abbiamo pure comprato la villa. Quando la smetterai? Mi sento sempre in partenza, come una zingara».
- «Ma no, dicevo per dire, chi si muove da qui».
Scendo le scale sconfitto. Lei mi ha seguito, ha piazzato il disco, ora ascolta. E, dopo poche note: «Ah, ma questa la conosco: Oh quante belle figlie, madama Dorè… ».
Scatto infuriato: - «Non capisci niente»!
- «Ce l’ho e me le tengo… ». Ha un gesto di stizza, se ne va precipitosamente.
Mi pento, ma logicamente non posso correrle dietro a scusarmi. Girando, il disco cerca di spiegarmi tanti perché. Non ne afferro alcuno: questo Respighi ha scelto i pini di Villa Borghese e del Gianicolo, insomma pini classici; a me piacciono gli alberi delle vie, il verde aperto disponibile popolare. E anche il verde basso, quello dei prati cosiddetti all’inglese. Dispiego una pianta di Roma, quante ne avrò?, cinque dieci ogni volta che posso compro l’ultima edizione e la prima che ebbi mi ricordo fu per quell’anno santo e sotto arrivava fino a San Giovanni e questa invece arriva fino all’Eur tutto un verde un mare di verde altro che alberi spelacchiati e solo per i ricchi come qui, verde per tutti.
Vicino al capolinea della metropolitana c’è un distributore di benzina. Andavo sempre lì a rifornirmi, poi imboccavo uno di quei viali ombreggiati signorili viale Africa o viale dell’Aeronautica. Prendo sempre uno di questi perché c’è dove parcheggiare e scendere a sorbire ‘ncapuccino o che so io telefonare magari solo per il gusto di farlo e poi via verso il piazzale con i grattacieli e sempre da bravo ora me ne vado beato per quella lieve salita a destra viale Shakespeare o viale Lincoln e poi a sinistra viale Europa dove in fondo c’è quella bella chiesa le vado incontro a velocità allegra so come fare al semaforo dove sbalordirò i locali con la mia targa sicula che invece di tentennare nella più indecorosa e frasca tana indecisione si infila nella corsia giusta penseranno che sono romano con la macchina presa a nolo da quelle colossali ditte specializzate che hanno le targhe chissà perché meridionali forse per le tasse e invece alla prima sosta né ammirazione e nemmeno un po’ di curiosità niente nemmeno mi guardano e la cosa potrebbe anche infastidirmi ma poi penso che stupido la Capitale la Città Cosmopolita accolgono tutti altro che Milano tanto per dire dove subito ti trattano da terrrone questi sono interregionali internazionali mondiali.
La chiesa è ormai vicina, parcheggerò sotto l’albero e intanto, ecco mi ero distratto, ora odo benissimo la musica che avevo lasciato, i pini della via Appia, mi volto verso il giradischi: passi lontani poi sempre più distintamente cadenzati l’esercito di Roma avanza verso il trionfo in Campidoglio mi ritrovo affacciato a quella balconata sul colle Oppio dove lo sguardo abbraccia Colosseo arco di Costantino via Sacra, Foro Campidoglio Basilica di Massenzio via dei Fori fino a Piazza Venezia, e afferro perfettamente sono al dunque entro in sintonia. Ecco cos’era. Moglie, dove sei, che te lo possa spiegare!
E’ di sopra, sicuramente arrabbiata. Fanfare squillano, tamburi rullano, aspetto la dissolvenza in diminuendo come per le pinete precedenti, e invece, con un ultimo esplodere di piatti, la musica si arresta di colpo.
Non sembrava arrabbiata, parlava anzi con tono pacato, quasi accorato. La credevo forse tanto sprovveduta da non capire che la filastrocca c’era dentro perché comesichiama Respighi vedeva i bambini giocare nella pineta; del resto anche l’altro non ricorda le pare Ciaikovski aveva messo la Marsigliese nel… nel… nell’ouverture, gli occhi le sfavillano e con la voce al sommo dell’acuzie completò milleottocentododici.
Si, certo, cioè no, non la credevo tanto sprovveduta. E credevo non avesse capito che questa faccenda di Roma era più che un capriccio una sorta di innamoramento definitivo un groppo qui, ma che poteva fare dirmi di smantellare tutto seguirmi in un trasferimento che era un’avventura così allo sbaraglio un professionista i clienti il lavoro? Ghermì la guida che ormai penzolava dalla mia mano arresa, la dispiegò sul letto, si sdraiò ci sdraiammo entrambi faccia all’ingiù e mento appoggiato alla mano, l’indice di lei scorreva sui policromi quadrati: effesette gisèi, qui, ti ricordi?, via Sistina c’era quella boutique dove mi hai comprato quel completino elegante, ancora è di moda, mi diceva; no, era via Due Macelli correggeva il mio indice, si hai ragione comunque vicino Trinità dei Monti mi diceva ormai lanciata credi che non piacerebbe anche a me?, ma come si fa i bambini che gli diamo da mangiare se per caso ti va male lo so che sei bravo ma se poi ti va male mi diceva, e io staccai la mano dal mento e mi girai e mentre lei continuava il rosario in fondo quando vogliamo possiamo sempre andare a passarci una settimana le ferie ci andremo spesso vedrai, io già toglievo l’indice dalla Fontana del Tritone là nei paraggi e lo insinuavo tra i capelli e glieli andavo inanellando e rovistandoci dentro e tutto quel groppo quel magone là di Roma suvvia in fondo era probabilmente soltanto suggestione musicale chi se ne frega si sciolsero e al loro posto mi nacque tutta una cosa sottile e calda nel petto una tenerezza infinita per lei che tutto il giorno a rigovernare e a badare ai due diavoli scatenati senza chiedermi mai nulla e invece a darmi tutto e ora che finalmente aveva avuto la casa dei suoi sogni volevo zac amputargliela, mai e poi mai per nessuna cosa al mondo le avrei tolto altro che casa e villa nemmeno uno solo di quei capelli che dolcissimamente accarezzavo e ormai più non ascoltavo le suadenti parole e invece ruotai il braccio ad aprire gli scuri perché i lumi della nostra città di questa nostra cara terra potessero entrare in tutta la loro patetica semplicità a consolarmi, poi continuando il semicerchio di torsione poggiai lievemente sull’interruttore e spensi la luce.
bottom of page