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"UNA CROCE TARGATA TP"
Tossicologia di un terremoto

Trapani Nuova, 4 Novembre 1969
Trapani Nuova, 25 Gennaio 1972
Trapani Nuova, 6 Dicembre 1979
Antigruppo '73

Tossicologia Trapani Nuova.jpg

Il primo stralcio (E un prete cominciò a gridare che la provincia di Trapani si sarebbe staccata dal resto della Sicilia . . .) apparve su Trapani Nuova il 4 Novembre del 1969, quando si seppe della vittoria di Franco Di Marco al Premio Abano, e Nat Scammacca dava per sontato che Franco avesse pubblicato il racconto; ma non se ne fece più niente. Il pezzo completo fu pubblicato sempre su Trapani Nuova nel 1972. Il testo occupa una pagina intera ed è accompagnato da due disegni di Paola Salvo.
Il 6 Dicembre 1979 compare un box che contiene una ventina di righe iniziali.

Santo Marino: Campagna del trapanese

Nelle pagine di Antigruppo 73 che ospita lo scritto di Franco Di Marco, sono inserite due opere del pittore catanese Santo Marino, realizzate durante un suo soggiorno in provincia di Trapani. La prima, “Campagna del trapanese”, accompagna questo racconto, e potete vederla leggendo il testo in basso insieme alla seconda, “Custonaci”, che compare tra le righe di “Un mare d’oro”. Al centro la foto del linotipista Vito Bagiante, di Edigraf, Catania.
In alto appare la dicitura "UNA CROCE TARGATA TP" che probabilmente era il titolo scelto per l'intero romanzo.

In occasione del quarantennale della tragedia del "Terremoto dl Belice" Lumie di Sicilia dedica la copertina del n.62, Febbraio 2008, alla tragica ricorrenza ospitando alcune righe dello scritto:

Le Erinni! Le donne scarmigliate e seminude
correvano, chi serrandosi al petto la creatura,
chi abbracciandosi all’addome ancora pieno,
gridando: mamma mia, aiutami tu . . . 

…quindici gennaio millenovecentosessantotto ore due e un quarto trema sussulta si apre il tetto la casa giù le case scappare intrappolato presi i bambini ogni cosa terribile terribile uscire uscire freddo gelo tornare a prendere la macchina no ululato rombo vibrare craac si spacca la luna attraverso la fenditura del tetto e vidi quando l’agnello aprì il sesto sigillo e venne un gran terremoto sepolto sotto e i vivi nel freddo vecchi e bambini nel freddo e nel fango duecento morti a Montevago come periscopi capovolti le sonde dei francesi a frugare se vi sia ansimare di superstiti e all’aperto dove non cada addosso e ossa frantumate e cancrena quando poi… e il cielo si ritirò come un rotolo che si ravvolge ormai lezzo di carogne già mula maiale arrampicati a salvare il ritratto del padre morto e per le strade del capoluogo la folla atterrita dalla scossa e ancora non si sapeva che a pochi chilometri verso est e ancora paura di morire morire ancora instancabile l’opera di soccorso voce commossa dell’annunziatore fermi nella neve crudele membra rattrappite «no, rimango» il mio regno per una coperta i vecchi rimasti a letto che importa ormai voce fievole ad invocare aiuto dissepolta e adagiata ma non il figlio lac lac lac gli elicotteri libellule-avvoltoi! «Alò, base» prefetto sottosegretario ministro anche presidente ricostruire il pane tutte le montagne e le isole vennero rimosse dal loro posto.

Carmelina Lo Zito chiede notizie del marito disperso e gli inglesi con le loro tende modello quelli sì cari miei con tanto di cesso che fai Cola Pesce figlio di una cagna che tremi che scuoti canaglia? reggi reggi sta’ fermo canaglia ubriacone maledetto reggi maledetto ubriaco figlio di una cagna in quel momento si produsse un gran terremoto, che rovinò la decima parte della città, e nel terremoto perirono seimila persone e i morti di Gibellina e Salaparuta sono ormai trecentoquarantacinque allora si aprì il Tempio di Dio, quello che è in cielo, e dal suo Tempio fu vista l’Arca della sua alleanza a tutto gas le macchine follin del terrore legna che arde caldo-freddo si spegne freddo-freddom il rosario salvacimaria allineati dove trovi tante bare erano tutte di tufo e terra ma pure il cemento il cemento armato quando è di grado dodici-tredici ma questo era nove però erano tufoterra e perciò Viareggio le unità mobili e gli USA plasma e medicinali e la piccola Isabella M. da Torino tutti i suoi risparmi settecentoottantacinque lire e folgori e voci e tuoni e terremoto e grossa grandine si scava ancora a Salaparuta e Santa Margherita Belice e i morti sono per ora quattrocentotredici le sinistre tuoni e fulmini per il solito governo incapace loro invece avrebbero ancora uno scrollone e morti carabinieri e vigili del fuoco solenni funerali prefetto sottosegretario ministro bambini inzaccherati fino a qui ti dico l’ho visto se fai il bravo papà ti porta a vederli e ne seguirono lampi e tuoni ministro onorevoli venuti a vedere da tutti visti vedere arrestato il tizio arraffava coperte ai superstiti che voglio biglietto gratuito per il nord che li respinge idiota non turbare l’ordine elvetico là non è compreso il servizio ricorda cafone di lasciare il +15% sul tavolino operosamente gli Scouts a dare sollievo anche fievole lamento dissepolta morente piccina ancora Inglesi torneranno a casa con medaglia polverone dietro camion di pane e coperte pioggia e fango che fa la regione? Angelo Balsamo chiede notizie del figlio Bartolo «no, rimango!» per fortuna a Montevagoerano fuori i chierichetti febbre freddo fame broncopolmonite ormai si cavano solo cadaveri perchè poi riseppelirli interminabili discussioni perchè il prefetto non? poi venne un terremoto tale che da quando l’uomo è sulla terra non vi fu mai un terremoto così catastrofico ancora urlanti per le strade del capoluogo gli sfollati «preferiamo all’aperto» pianto sommesso guarda guarda commosso visitatore in macchine con bambini ruminanti bei biscotti  triste commosso «poverini» non scendere dalla macchina sporchi tutto (breve sorsata di ben caldo caffè da thermos rilucente) poverini che ti dicevo? dietro front verso lidi tranquilli. E la grande città dell’Anticristo fu squarciata in tre parti, e le città delle genti crollarono.

Ma a un certo punto bisognerà pure rallentare questo ritmo d’inferno e guardarsi e leccarsi le ferite, bella mia. Non è la prima volta. Sei stata già assediata e prese e spogliata e poi celebrata e cantata nei secoli e stuprata e lodata e derubata. Sei stata, Sicilia mia, Puttana nel mondo, dei Romani e dei Vandali, di Genserico e di Odoacre, di Teodoro e Belisario, di Musulmani e Normanni mali e buoni (e qui i sontuosi regali alla splendida Cortigiana da frustare poi, da graffiare e irridere e umiliare, perché ne fosse più saporito il possesso. E Angioini: «Parlez-vous français, madame?» e intanto il pizzicotto alla brunotta figlia dell’Imperial Sgualdrina) e Spagnoli e Borboni…

Ma tu, leonina, mi agiti davanti agli occhi i mosaici di Monreale e di Cefalù e i Vespri e Alessi e Garibaldi. Ti hano sempre raggirata, pupa: LE CASE DI GIBELLINA ERANO FATTE DI TERRA E FANGO.

Signorina fico-fico e i figli dei tuoi figli emigrati hanno sbaldraccato i tuoi virtuosissimi gigli. A bich, on an international level. Ma ora con la professione hai chiuso, miss Warren: hai i buchi dentro. Milleggio di libertinaggio ti hanno sifilizzata a dovere. (Malfrancioso, Madame; o lo vogliamo chiamare Angioino?) Enormi gomme luetiche, colliquamenti profondi nelle tue viscere, la crosta va giù e il ballo di S. Vito ricomincia… trema, trema, ancora, ancora. A Messina durò cinque anni. Ti hanno raggirata: LE CASE DI SALAPARUTA ERANO FATTE DI TERRA E FANGO.

Ora mostri il «Decretone» Ricostruzione Avvenire Civile Ripresa Economica Trasformazione Delle Strutture Posti Di Lavoro.

Tranquilla, ti hanno raggirata: a Messina ci sono ancora le baracche del 1926 e LE CASE DI MONTEVAGO ERANO FATTE DI TERRA E FANGO… e con criteri antisismici le nuove case con cucina, riscaldamento, ecc. E posti di lavoro. Cassa del Mezzogiorno. Dove, bambola? A Latina! Là ci sono fabbriche e fabbriche per i Milanesi personalespecializzato lavurà lavurà. Là si raddoppiano le autostrade. Si raddoppia sempre a Milano. Da Milano l’autostrada per ogni luogo.

Dove? Dove? Dove, madre mia?.

Lucio si svegliò di soprassalto, avvertendo l’ondeggiare del letto. Scrollò la moglie: «Scusami, cara: c’è stata una scossa di terremoto» disse ansante. E quella: «No, c’è ancora; mamma mia, che facciamo?» «Che vuoi fare? Ormai è passata; dormiamo».
Intanto saliva il brusio della gente già in strada e tutte le finestre e i balconi si illuminavano. Squillò il telefono. Era il cognato:
«Che facciamo?»
«Mah, non so. Non m’intendo di queste cose».
Ancora il telefono, il fratello: «Qui vogliono uscire… vieni a prenderci… lo sai che non abbiamo la macchina!»
Per la casa moglie suocera si agitavano davanti e dietro per svegliare i bambini e radunare coperte, cappotti e oggetti di valore. Il nostro si alza ancora calmo; indossa calzoni e pullover come quando lo chiamano per una visita di notte e va verso il soggiorno.
Di colpo si spensero tutte le luci e successe il finimondo: fa la prima delle tre terribili scosse che avrebbero distrutto mezza provincia. Lucio, cosa strana, non l’avvertì, forse perché in quel momento era in piedi nel corridoio; ma in cambio udì la tremenda ventata, un ringhio tenebroso di altezza crescente come la vibrazione delle corde di migliaia di violoncelli su una nota bassa e prolungata; qualcosa come vvvuùuhm, non forte, anzi sommesso, ma così terrificante da ricordargli di colpo la voce dell’orco in mezzo all’ululare del vento. E allora si rattrappì tutto e si rincantucciò tutto nel buio tra quelle rosse pareti dolci e protettive. Ma le contrazioni dolorose continuarono e, con un ultimo spasimo, fu sbalzato fuori nella luce e verso quella tutti volsero lo sguardo e videro che il lampadario oscillava ancora.
Ancora con il liquido che gli bagnava la fronte, senza avere il tempo di asciugarselo, Lucio aiutò le donne a portare i bambini e scesero tutti nell’androne. Il portone fu spalancato, i motori delle macchine rombarono nella notte, mentre già i passeggeri attendevano fuori dalla trappola, ma ahimè ancora troppo vicini a questa e a quell’altra casa, maledizione ora cade… cadono, e finalmente in retromarcia tutte e tre le auto vhom, a razzo, fuori, presto, presto, dio mio presto.
Nella piazza vicina fu possibile trovare un posto quasi sicuro.

«Anche se cade quella, siamo a posto. Un momento… e se cade anche quell’altra?»
«Ma non possono cadere una verso sud e l’altra verso nord; semmai tutte e due da un lato!»
«Chi lo dice?»
«Comunque da qui non ci muoviamo».

Lasciatili a discutere sulla dinamica dei crolli, Lucio andò di corsa a prendere i vecchi. Sulle scale il fratello scapolo attendeva impaziente; dietro madre e zia correvano da una stanza all’altra, ogni tanto arrestandosi all’incrocio per interrogarsi circa l’opportunità di portare tale o tal altra cosa.
Dalla camera in fondo la vecchia nonna centoquattrenne, che svernava in città per scansare i rigori invernali della collina natia, si agitava e chiedeva a gran voce di essere portata fuori di lì. E quando finalmente furono scese le scale (dell’ascensore nessuno si fidava: «… e se va via la corrente?») e con gran fatica la vegliarda fu introdotta in una delle automobili, subito cominciò a lamentarsi e a gemere, mi sento male, mi sento male e Lucio pensò questa e la volta che la vecchia si arrende e se ne va.
E invece vedendo che in fondo non cadevano, si riprese bene e cominciò anche a scherzarci sopra e in questa triste congiuntura la conoslazione che di solito si è abituati a ricevere dai bambini, dalle loro mossettine e dalle loro frasi innocenti, venne invece dall’ultra centenaria che, ormai rinfrancata, esclamò saggiamente: «Queste scosse non vengono ad orario; vogliamo stare qui tutta la vita?».
E tutti ne risero e non fu tanto la liberazione dall’incubo presente, chè ancora non si era creata la «psicosi tellurica»; ma, per il momento, la semplice consapevolezza che ancora una volta la vecchia ce l’aveva fatta.

Intanto si faceva giorno, e gli apparecchi radio delle automobili cominciarono a diffondere le notizie e tutti seppero dei crolli e dei morti di Gibellina, Salaparuta, Montevago e Santa Margherita Belice. Ma non era ancora il momento: era come quando arriva il telegramma; dice papà grave vieni subito e uno fa: «Può darsi che sia ancora vivo; magari gravissimo, ma vivo» e guarda il finestrino, sì, è vivo, tra-tran, vi-vo tran-tran, vi-vo, tran-tran…

Ma alle tredici e trenta, davanti al televisore, non vi furono più dubbi: le case erano crollate; c’erano i morti e c’erano i superstiti che vagano disperati, immersi nella fredde neve e fu come quando uno guarda ormai le fredde scale bianche e i freddi corridoi bianchi e i freddi bianchi infermieri e pensa: «Ma guarda un po’, il mio vecchio doveva venire a morire in questa trappola!» E uno guarda le scale e poi i tetti di queste trappole alte che tra poco cadranno addosso e gli viene quella specie di spremitura fredda alla bocca dello stomaco come quando, mamma mia, il vetro rotto viene scoperto o quando nel bagno il genitore avvertì la puzza del tabacco e alzò verso il ragazzo i suoi occhi pieni di collera e quando il terribile esaminatore: «Come, non lo sai?» e Lucio pensò: «E’ finita, ora questo mi boccia; è finita». E quell’altra tutta vestita di nero che, aprendo la porta, annunzia: «Ormai la bambina è morta, non c’è più bisogno dottore. Dot-tò-re…!»
E Lucio cerca il cantuccio; ma queste doglie non finiscono più e ogni volta la luce accecante della realtà lo avvolge e quella presa allo stomaco…
«Come? Ah, sì: un cucchiaino dopo i pasti» e guarda il tetto della stanza e la porta troppo angusta. E di là ci sono trenta persone che dovranno uscire a precipizio prima di lui: quante probabilità per il trentunesimo?
Poi c’è quella maledetta storia della moglie che ad ogni sbattere di porta acchiappa i bambini e va in strada sotto la pioggia.
E ogni volta deve correre a scuoterla e cacciarla dentro l’auto gridando tra i denti che ormai è passata e non c’è pericolo e dice ma perchè ti tieni lo stomaco? Non è niente, ho mangiato troppo.
E in questa situazione viene spontaneo chiedersi perchè mai Signore e ognuno vede bene che si tratta di una punizione perchè Dio è giusto e ciscuno ha tali neri abissi di peccato nel cuore da meravigliarsi di essere finora sfuggito alla morte, forse ad uno ad uno in graduatoria tocca atutti, domani sarà certamente il mio turno.
La temperatura era molto bassa in quelle notti passate dentro la macchina e la terra invece emanava odori caldi. Sorgenti termali erano sgorgate da per tutto e i cani ululavano: E alta e bassa marea cominciarono ad alternarsi con folle velocità, ogni cinque minuti, e i vecchi marinai si segnavano.
            «Dove sei stata, sorella?»
            «Ed ammazzare porci»
            «E tu, sorella?»
            «Zitte, l’incanto è compiuto».
           

E strana melma venne rinvenuta sui monti dai pastori e gli scenziati non sapevano come spiegarla.
E una leonessa ha partorito per la strada e si sono scoperchiate tombe e hanno reso i loro morti… O Cesare, tutto ciò supera il comune e io tremo di paura.

E un prete cominciò a gridare che la provincia di Trapani si sarebbe staccata dal resto della Sicilia e precisò la data e l’ora e lo disse gridando e gli infermieri lo presero con furia e lo portarono all’ospedale lassù sulla collina; lo spogliarono beffeggiandolo e gli misero un’altra tunica; poi lo legarono al letto con le braccia aperte; ma, quando il medico, estratto lo stiletto del manico del martello, lo punse per vedere se reagiva, tutti fecero silenzio e arretrarono. Così la visuale si allargò e poterono vedere ai lati i due compagni di sofferenza, legati anch’essi con le braccia aperte e uno di loro volgersi a quello e raccomandargli qualcosa. . . 
E, se i vetri tintinnavano, bisognava guardare il lampadario: se per caso oscillava, voleva dire che ci era stata la scossa, sennò semplicemente un autocarro di passaggio. Sulla strada, invece, occhio ai cornicioni, perché dicono che questi sono i primi a cadere; camminare piano al centro; svoltare velocemente l’angolo e poi riprendere piano, una volta conquistata la bisettrice della nuova via. 
Così le andature erano diventate irregolari come quelle di un motore senza volano e i discorsi dei cittadini, prima ritmati mollemente con solennità quasi esametrica, venivano ora spezzate da nervose altipete cesure. 
I più coraggiosi differivano al massimo le periodiche ispezioni agli acroteri, relegandole come l’emersione dei campioni di apnea subacquea, al termine della terza frase, e permeando così l’eloquio di stupefacenti cadenze ipponatee. 

L’ostetrico di guardia, insonnolito come ogni collega che si rispetti (per via che queste maledette donne partoriscono tutte di notte e questi poveracci hanno sempre un sono maledetto), si alzò, poco convinto circa il significato da attribuire allo scossone, e, udendo uno strano vociare, scese al piano di sotto per vedere che cosa stesse accadendo. 
Le Erinni! Le donne scarmigliate e seminude correvano, chi serrandosi al petto la creatura, chi abbracciandosi al’addome ancora pieno, gridando: mamma mia, aiutami tu. Quando si spensero le luci, le bocche tacquero e si udirono solo uno starnazzare di vetri e uno scalpitare di passi sulle scale: Un attimo: la luce tornò e non c’era più nessuno. Il nostro andò sul corridoio, appoggiò la fronte contro i vetri della finestra e le vide tutte schierate sul lungomare. 
E tutte parlavo e parlavano e agitavano le braccia quasi minacciosamente, come quando, ai tempi, il droghiere usciva ad annunziare che lo zucchero con la tessera era finito e che era inutile che continuassero a fare la fila e piuttosto se ne andassero a casa e quelle invece restavano ancora un bel po’ ad inveire. 
Il buon maieutico sbadigliò; ispezionò le varie camerate costatandone la avvenuta sgomberatura; sbadigliò ancora e, sempre più insonnolito e sempre meno convinto, guadagnò stancamente la cameretta e, borbottando qualcosa, si cacciò sotto le coperte e si addormentò. 

Poi le cose si misero in questa maniera; spesso c’era una scossetta leggera, così, tanto per gradire, che serviva a far correre in istrada la gente e a mettere tutti in agitazione. Sembrava d’essere tornati ai tempi della guerra quando, tra un bombardamento e l’altro, l’aeroplano ‘Pippo’ sorvolava la città rompendo a lungo il silenzio ai popoli latini per fiaccarne «l’indomito » coraggio e ricordare loro che la guerra continuava per colpa dei fascisti. Ma improvvisamente il pugile abbassava la mira e puntuale la botta ti arrivava allo stomaco. Era stato, ti dicevano poi, un coso un settimomercalli.
E la gente ha la barba di tre giorni e il barbiere e il ragazzo se ne stano disoccupati all’uscio, perchè importa poco farsi la barba e poi è anche pericoloso se per caso la scossa mentre quello sta operando e, neanche, se pure valesse la pena, il rasoio elettrico, perchè la corrente manca: i pali sono caduti.
           
La scintillante salumeria ha venduto solo due etti di caciocavallo e qualche sarda salata, mai più prosciutto, e parecchi hanno addirittura chiudere; il panettiere, invece, sta lì perché il Prefetto ha disposto, ma il suo lavoro scatta ad intervalli di mezz’ora quando il camion passa, si ferma, carica e riparte verso Gibellina: tanto pane quanto non riusciranno a mangiare, tonnellate di pane: il pane non deve mancare; e, mentre i «lavoranti» là dentro ad impastare, infornare e sfornare, lui può attendere i camions delle mezze ore ogni tanto alzando il naso nel caso che; tuttavia sempre peggio dei direttori di boutiques che, abbassate le saracinesche, se ne stanno nei rifugi di campagna di tipo antisismico per via della semplicità strutturale, di quelli che se ti cadono addosso, una scrollatina e via; questo per ora, perché, per quanto riguarda l’avvenire commerciale dell’azienda, poi si vedrà. Sono su sonno: questo congruo terremoto, al contrario del didittì, non fulmina, addormenta.
            Per i medici dipende: gli ospedalieri avevano veramente guai seri. Avevano dovuto trasferirsi nel nuovo ospedale che, dopo diciassette anni, non era ancora pronto; ma siccome il vecchio monastero di prima a momenti gli casca addosso, avevano dovuto. E qui c’erano gli ascensori, ma non c’era la corrente e c’erano montagne di piani, almeno dieci, una cosa insolita e giusto ora che gli ascensori non potevano funzioanle! E le ambulanze prelevavano continuamente feriti, moribondi, infortunati, malati, assiderati e ustionati da tutta la provincia e veniveno a infornarli qui. E i medici erano pochini, perchè erano quelli del vecchio ospedale, quello ad un solo piano, ed avevano il loro da fare e, vuoi per l’abito, vuoi perchè così imponeva la coscienza, o vuoi magari perchè sennò interveniva il Prefetto ma non ci fu bisogni, erano tutti al loro posto. E pazienza il pericolo che era tale e quale come altrove o il lavoraccio cane, ma quello che era veramente insopportabile era stare lontano dalla propria famiglia.
            E il problema, capisci, era proprio quello di sapere come stavano i familiari e dove erano andati a cacciarsi dopo l’ultima scrollata. Nè in quella fredda, enorme trappola di cemento c’erano anche i telefoni che uno afferra il manico e chiede come sta come stanno i bambini; e se anche ne trovi uno, quello non faceva tu tu, ma sfrigolava come ai tempi dell’alluvione e non ti dava mai la linea, insomma guai.
            I coraggiosi erano subito accorsi nel cuore della guerra, a Gibellina e Salaparuta, a dare sollievo. A sentire i pavidi dentro comode roulottes o al riparo delle villette prefabbricate a coccolarsi i pargoli figli miei benedetti, questi coraggiosi non erano affatto tali, perchè là non c’è alcun pericolo: ormai è crollato tutto e non c’è più niente che possa caderti addosso. Ma era una cosa ingiusta, perchè, pericolo o non pericolo, questi medici avevano le caviglie gonfie a furia di cucire ed iniettare, senza mai potersi togliere le scarpe a causa del fango alto così, e la schiena rotta per questo curvarsi dalla mattina alla sera su qualunque cosa o qualunque altezza, senza lettino di visite o altra roba orizontale che non fosse la nuda terra infangata, spesso maledicendo il mestieraccio infame, non già per la fatica, ma perchè spesso mancavano le fasciature o la penicillina o che so io e uno come può alleviare in queste condizioni!
           
Poi c’era la massa dei così così, come Lucio, indaffarata perché con le notti passate dentro le macchine, in questo inverno particolarmente rigido, le influenze e le bronchiti erano all’ordine del giorno e le chiamate erano decine e decine e bisognava andare a visitare a domicilio gente febricitante e catarrosa, cacciata sotto le coperte vestita di tutto punto in modo di poter saltare alla scossa, qualcuno anche senza febbre e senza catarro per non andare all’ufficio dove l’uscita è troppo stretta (ma, per la verità, erano pochi); e tutta questa gente la notte non c’era pericolo che ti chiamasse, perchè si ricoverava dentro le macchine stazionando negli spiazzi aperti, ma la mattina seguente ti chiamava e come, dato che la malattia, quasi spenta dal sole diurno, rinvigoriva al gelo della notte.
           
E questi professionisti avevano, oltre all’assillo materiale del tempo che non bastava a soddisfare tutte le richieste, anche una preoccupazione – come dire? – stilistica: poteva accadere che qualcuno chiamasse mentre loro erano in giro e la moglie per la strada a ripararsi dall’ultimo scossone e che quindi nessuno rispondesse al telefono e magari all’altro capo pensassero: ma guarda questo vigliacco, chissà dove è andato a rifugiarsi, bella figura di medico!
           
Insomma, guai ne passavano anche questi che dalla scala diciamo così dell’ardimento occupavano i gradini di centro; una specie di serie B… 




 

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