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"Perciò era necessario ricorrere alle fontanelle per fornirsi almeno dell’acqua potabile. . . . Ma, a poco a poco, questa avvilente necessità era diventata, per bizzarro che possa sembrare, una questione non priva di piacevolezza. La necessità era diventata usanza; si era data una certa impronta stilistica collocandosi tra i fatti di costume; infine aveva acquistato una certa qual solennità diventando cerimonia: Insomma, aveva una sua validità storica, era « Il Riempimiento. ». Lucio e l'acqua - Domenica del Corriere - 1969
Un uomo allo specchio
Lumie di Sicilia, numero 64, Ottobre 2008

Cronaca, tenera e spietatamente lucida, della tempesta di sentimenti suscitata in un uomo da un male che sa senza scampo.
E’ il capitolo di una memoria-romanzo inedito lasciato da Franco Di Marco, medico e letterato, che anni fa abbiamo ascoltato a Firenze in una affascinante conferenza sul dialetto siciliano.
Ringraziamo i suoi familiari per averci dato la possibilità. di rendere questo atto di omaggio alla sua memoria.
Mario Gallo
Pur avendo io taciuto, sono sicuro che lei sa quasi tutto. Si aggrapperà magari a speranze folli, a fili esilissimi e misteriosi, a miracoli, ma la sua intelligenza viva ha certamente penetrato il dramma, e la sua sensibilità di donna volta spasmodicamente a vigilare su quanto succede al suo uomo, ha sicuramente percepito la massa.
Tace, all’apparenza indifferente, e si affaccenda come sempre in cucina. “Signore. lei non lo merita, è così buona e fragile…” No è forte, ce la farà”.
“Sei diventato troppo magro e l’addome è sempre sporgente, come mai?” osserva. “Il medico sei tu. ma non so…Ti prego, fatti prescrivere degli esami.”
Comincio ad ammettere che sì, gli esami li sto facendo e lei mi accarezza dicendomi ti prego dimmi tutto lo so che mi nascondi qualcosa, ma no le dico che vai pensando sto bene, e anch’io l’accarezzo, ancora ci accarezziamo lo facciamo da quasi quarant’anni e la prima fu quando ci trovammo l’una nella braccia dell’altro sulle scale. La sera prima, ballando, le avevo dichiarato quello che ormai tutti e due sapevamo. Rimanemmo entrambi muti e ora sulle scale reclamavo la risposta: fu un abbraccio infinito e caldo e caldo e dolce Ci amammo con tutto l’ardore dei nostri venticinque anni –si capisce, dati i tempi, io col mio rispetto e lei con il suo pudore– ma con un’intensità e una dedizione complete; poi nel calore della nostra casa fu passione profonda, appagante, totale. E lei mai oppose una parola alle mie frequenti arrabbiature, né mai con un tono di voce più alto contrappose le sue ragioni alle mie spesso, me ne accorgevo, pretestuose e vincitorie ; né protestò per i miei sempre mutevoli hobbies che occupavano tutto il mio tempo sottraendolo alla famiglia, a lei.
Ed è lei soprattutto che vedo distintamente china sul letto dove giaccio morto, rimanendo muta quasi a domandare a tutti se ci può essere dolore più grande del suo, perché la conosco e so che è così, quasi sento in questo momento quello che sta patendo mentre chiude a pugno la sua bella mano e la batte e la batte contraendo il dolce viso, lo so che sarebbe così perché ho imparato a conoscerla giorno dopo giorno come una madre fa con il suo bambino, fino a portarne l’aroma dentro le mie viscere, lo so: non c’è stato amore più grande del nostro, e rimanendo infine con le braccia spalancate come Giovanni nel Cristo morto di Giotto. E per lei oso domandare perché Signore. E’ così fragile, No, è forte, e forte E allora la domanda è rivolta sempre più in punta di piedi, il vero interrogativo è quello opposto: perché, Signore, mi hai dato l’amore di lei e i momenti più intensi e i miei figli e i miei cari e i miei libri e la mia musica e i miei amici, insomma questa vita stupenda che ora mi si fa fievole e sfuggente? Voglio succhiarla goccia per goccia. Ma non c’è molto tempo. Non c’e tempo. “Nonno Luso, mi dai la chiave blu?” – “ Ce l’ha la nonna, tesoro.”
“Allora andiamo nella bicicletta dello zio Maurizio.”
Gli faccio fare un giro, ma mi stanco subito. “Francesco mio, nonno è stanco, l’hai capito che nonno è stanco?”
“Sì. Nonno Luso, giochiamo con la palla. Vieni qui, qui, nell’altra porta.”
“No, mi fai perdere tempo e io ho poco tempo. Tira in porta qui” gli dico seduto al computer con la porta spalancata sul porticato e bevendomelo con gli occhi.
“No, nonno, l’altra porta, lì.”
“Francesco, perché fai i capricci? Perché mi fai perdere tempo? Ti prego.”
“Eh!” Vuol dire che ha capito. E corre via ad altri giochi. (E qui, come altre volte in cui il tempo stringe, mi accade di avvertire un sapore amaro in bocca, che dovrebbe essere spiacevole ma non sempre lo è; talora risulta addirittura stimolante. Mi ricorda, trent’anni fa, una situazione di fretta, certo più frivola ma allora sembrava di importanza capitale: caspita, un’invenzione cosmica, la più straordinaria della mia vita: dovetti masticare chicchi di caffè per svegliarmi rapidamente).
Durante la notte, per fortuna, più che disperarmi, cerco la soluzione agli innumerevoli problemi che la mia mente lucida e insonne proietta nitidamente sulla bianca tenda del balcone. Qui non mi posso curare, dove allora? Vincenzo mi aveva detto: Parigi o Milano. Domando, ma a Roma? Perbacco, immagino di sì. Mi viene quasi da ridere, quando penso che andavo dicendo a Roma ci starei anche morto. E morituro? Te saluto! Quasi mi piego in due dall’ilarità: sono riuscito a creare una frase bilingue, romanesco latina e in più anche la storia dei morituri che te salutant, ah, ah, che ridere! Alberto, Alberto mio, che aspetto avrai a due-tre anni? Perché non riesco a vederti? Francesco, Francesco, dove sei: nonno ti vuole… da solo non ce la fa.
Intanto tra dieci giorni il mio secondogenito, Maurizio, riceveràla Cresima, in vista del matrimonio. E’ laureato in informatica e lavora a Roma presso un’ importante azienda nel campo; come Milly, la sua ragazza, che ha da poco ottenuto il trasferimento nella capitale. E così tra due mesi si sposeranno nel. Paese di lei, nel casertano. Se ci sarò ancora e in quali condizioni fisiche è impossibile stabilire ora. Per il momento rimuovo l’argomento dalla tacita discussione. Occorre arrivare al giorno della Cresima senza rovinare la festa ai ragazzi; sul mio stato di salute, perciò, tacerò con tutti. O quasi. Come si fa con Marco, il maggiore, che è medico anch’egli? Dovrà sostituirmi, tra l’altro, sbrigarmi un mare di faccende, risolvermi tanti problemi. Che gli dico? “Marco, ho un problema, un problema serio” – “…?”
“…con la salute. C’è una massa qui, e insomma vado a Roma a vedere di che si tratta.”
“Papà, per favore,dimmi tutto.”
Tacendo sulla presenza delle linfoghiandole: “Non so molto ancora, però non ho disturbi, la cosa dovrebbe essere rimediabile. Ti prego di non parlarne con la mamma, anche se credo abbia cominciato a insospettirsi, soprattutto non vorrei guastare la festa della Cresima a Maurizio.”
“Va bene, papà.”
Ecco, gli ho messo addosso una croce più pesante della mia, ma che altro potevo fare? La notte seguente, il viaggio era bell’e organizzato nei minimi particolari: saremmo partiti con il traghetto per Napoli io, mia moglie, mio fratello Antonio che avrebbe fatto da padrino e mia cognata Gloria, con la macchina al seguito; poi verso Caserta per assistere alla Cresima di Maurizio. Finita la cerimonia, Antonio e Gloria, ormai informati, sarebbero tornati da soli in Sicilia, mentre io e mia moglie avremmo proseguito per Roma in macchina.
E qui, al più presto possibile, mi sarei fatto ricoverare nel luogo più idoneo.
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