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"Perciò era necessario ricorrere alle fontanelle per fornirsi almeno dell’acqua potabile. . . . Ma, a poco a poco, questa avvilente necessità era diventata, per bizzarro che possa sembrare, una questione non priva di piacevolezza. La necessità era diventata usanza; si era data una certa impronta stilistica collocandosi tra i fatti di costume; infine aveva acquistato una certa qual solennità diventando cerimonia: Insomma, aveva una sua validità storica, era « Il Riempimiento. ». Lucio e l'acqua - Domenica del Corriere - 1969
Salvatore Mugno
Franco Di Marco, uno scrittore inespresso
La Sicilia, Cultura & Società, 30 Novembre 2013

Franco Di Marco (Custonaci, 1932 – Erice 2003) è stato, purtroppo, uno scrittore inespresso. Ma uno scrittore. Non ne faceva mistero egli stesso. E ne troviamo conferma adesso che il figlio Giuseppe, medico pneumologo, ne ha curato, postumo, il solo, assai intrigante, suo volume di narrativa: “Lucio e l’acqua. Storie di un siciliano inquieto”, con disegni originali di Domenico Li Muli (Trapani, Comune di Custonaci, 2013). Il libro mette insieme una serie di racconti, molti dei quali legati tra di loro, che l’autore trapanese aveva pubblicato su varie antologie e riviste, inclusa la “La Domenica del Corriere” (Milano), che nel 1969 accolse quello che dà il titolo all’opera. Quel breve testo (in effetti, era un brano di un romanzo inedito che Di Marco avrebbe voluto intitolare “Trapani-Trappola”) ricevette anche il Premio Abano, nel 1969, da una giuria che tra i propri membri contava Dino Buzzati e Guglielmo Zucconi. Insomma, il giovane esordiente aveva dimostrato di avere le carte in regola per ambire a una “carriera” da scrittore, magari da affiancare all’attività di medico pediatra, per la quale era altrettanto vocato. Quei racconti, “ricuciti” in romanzo, sono adesso la tangibile testimonianza del tormento e del travaglio vissuti da Di Marco, prima di “rassegnarsi” al “piccolo mondo” trapanese, con le sue angustie umane e culturali, con le sue ragnatele sociali e professionali, con le dolci ma anche frustranti responsabilità di “pater familias”. Egli visse per diversi anni col desiderio ardente di evadere dal milieu indigeno e di tentare altre strade, un’altra vita, un altro destino; e, poi, molti ne visse con la consapevolezza di avere rinunciato ai “sogni di gloria”, pur continuando ad essere efficacemente e brillantemente presente nel contesto letterario e culturale siciliano e non solo siciliano. Ma ormai nei panni del gregario. Un magnifico, generoso, autorevole gregario. E lo fu, soprattutto, nei confronti dello scrittore siculo-americano Nat Scammacca (uno dei personaggi principali di questi racconti, col nome di Pat) e dell’Antigruppo siciliano, di cui Di Marco era stato uno dei fondatori.
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