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Visiting
Trapani Nuova, 12 Dicembre 1972

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Guardò il foglio delle suppliche accanto al telefono: Betti, via Quattro Novembre numero uno. La moglie: “Aspetta, aspetta, questa te la devo spiegare: dice di essere quella della bambina bionda che ti dice sempre dottole dottole, pancino. Non abita più dove sai ma in via quattro novembre”.
– “Chi? Ah, sì!”
Scese, entrò in macchina e consultò la “Guida stradario” della città: Quatto Novembre al numero sette di via Frascati. Via Frascati? Al numero ventinove di via Sardegna. E questa? Al numero ventidue di via Belice.…? Ma al numero sedici di via Milo, che diamine!
(“Si, via Milo è quella là, ho capito”).
Allora… penna e foglietto:
Milo 16
Belice 22
Sardegna 29
Frascati 7
IV Novembre 1
Toh, una cinquina. Sulla ruota di Cagliari? Dice Sardegna. Ma dice anche Frascati. Roma? E Belice. Palermo?
Ci sono: per tutte le ruote! Via per Milo. Lungo la litoranea si allineavano le costruzioni del rione popolare “San Giuliano”. Dalla strada sembravano tanti accendisigari. Non un'aiuola, non un albero, non un filo d'erba. I bambini guazzavano felici e sporchi tra le pozzanghere.
(“Prepararsi ad una nuova epidemia di tifo, come l'anno scorso”).
Ecco finalmente la via Milo. Due, quattro, ora non vi sono più numeri segnati. E questa traversa? Non c'è scritto il nome, ma a occhio sarà questa. Immettiamoci; così. Ora si cerchi il ventidue.
Una parola! Alcuni usci senza numero si alternavano con altri con un numero dipinto sommariamente. Numero otto. Ah, il lato pari è questo… ohibò diciassette! Com'è possibile… aspetta, diciotto. Saranno segnati ad uno ad uno come per le piazze… nooo: dodici… quarantadue.
Cos'è , la cartella della tombola? E non siamo neanche sicuri che sia via Belice. Domandiamo a costui. È appoggiato allo stipite vicino a una bombola di gas. Questi conoscono tutte le strade e gli abitanti del rione.
– “Sì, questa è via Belice”. Meno male. “No, quella non è via Sardegna, ma via Sicilia. Una volta si chiamava via Sardegna”.
– “Ah, va bene, ho capito”.
– “Ma lei che via cerca?”
– “Ah, una traversa: via Frascati e poi via IVNovembre…”
– “Ma no. Questa via Sicilia, già Sardegna, è un vicolo di pochi metri che finisce a fondo cieco e non ha traverse. Può darsi che, siccome via Sicilia una volta era dalle parti del Dazio, abbiano fatto il cambio e la sua via Sardegna sia là”.
– “Ma la guida dice che la via Sardegna è al numero ven… Aproposito, com'è questa storia della numerazione?”
– “È che il comune non provvede e allora ognuno mette il proprio: vede le calligrafie diverse?”
– “Sì, ma che ordine seguono?”
– “Il proprio le ho detto; ognuno mette il proprio. Io, per esempio, ho
messo il numero che avevo nella strada dove abitavo prima, ha capito?”
– “Ma come farà il postino?”
– “Oh, non è un problema, ci conosciamo tutti. Lei chi cerca?”
– “Betti”.
– “Pasquale o Filippo?”
– “Non so. È per una visita…”
– “Ah, è il dottore”. È diventato gentile e premuroso. “Vedrà, dottore, che risolviamo. Che fa questo Betti, il muratore?”
– “Non so. No, aspetti… mi pare… sì: è impiegato al calzaturificio. Sa quello che dovranno chiudere perché è passivo...”
– “Ah, sì. Guardi, dottore, le do il ragazzo. Perché non abbia il fastidio di riaccompagnarlo, lui verrà in bicicletta e lei potrà seguirlo in macchina”.
Rivolto dentro: “Vanni, accompagna il dottore dal signor Betti, quello del calzaturificio e mentre vedi se puoi farti pagare le bombole.
Non da Betti: quello è un gentiluomo, dottore mio, e paga sempre a vista. Dallo zio Guglielmo, Vanni, quello del pianterreno: deve pagare una bombola grande e una piccola”.
Comincia l'inseguimento al rosso catarifrangente del forsennato che, su quelle strade piene di dossi e buche come l'oceano in tempesta, pigia furiosamente sui pedali del velocipede. Qui gli accapì non servono e l'oscillante auto arranca a fatica dietro l'indemoniato capofila.
Arrivato a destinazione e sceso dalla macchina: “Per favore, non te ne andare dopo aver riscosso il credito: devi tirarmi fuori da questo ginepraio”.
– “Ma come, non ricorda la strada che abbiamo percorso?”
– “E come faccio? Ho dovuto stare attento a non perderti di vista, maledetto!”
– “Mi pareva che con quel macchinone…”
Ora sono entrambi davanti a una fila di campanelli, ma i nomi degli inquilini, già scritti a penna, se li è portati la pioggia.
– “Allora questo Betti che piano è?
– “Mi pare il terzo o il quarto piano”.
– “Come, non lo sai?”
Non ho fatto caso; di giorno il portone è aperto e gli usci sono spalancati e la padrona attende furiosamente sul pianerottolo, mi afferra e mi trascina dentro con tutta la bombola, dice accidenti a te, la pasta a quest'ora sarà diventata colla”.
Vengono ad uno ad uno sonati i vari campanelli e finalmente:
– “Chi è?”, da una finestra.
– “Il dottore”.
– “Quale dottore? Non ho chiamato dottori io!”
“Cerco Betti, per favore, mi apra”.
– “Suoni l'altro campanello”.
– “Li ho sonati tutti”.
– “Aspetti che vengo… mh… a quest'ora…'ccatura”.
E per giunta gli tocca sentire le lagnanze del Minotauro, dice lei viene ora, uno può morire, la bambina mi cuoce, mi strabuzza gli occhi…
– “Ma che ci posso fare? Il Belice, la Sardegna e la Sicilia… la cinquina, la bombola e la cartella della tombola…!”
– “Eh…?
– “Niente, si giocava un po' in famiglia”.
– “Dottore, se è di cattivo umore non è che deve piangerla mia figlia?”
– “Ha ragione; lasciamo stare”.
E mentre il ragazzo provvede a riscuotere il credito perché lo zio Guglielmo al pianterreno possa continuare a cuocere, Lucio si adopera perché viceversa non cuocia la piccola Betti e poi Arianna ormai sul lento cìclo graziosamente va dipanando la matassa del ritorno e lui dietro e, quando il primo stadio si stacca, il bombolaro ancora appoggiato allo stipite risponde con un sorriso già confidenziale, come dire prego non c'è di che il dottorino nostro.

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